#iorestoinSALA highlights: 'Il prigioniero coreano' e 'The Gangster, the Cop, the Devil'

Concludiamo il nostro piccolo ciclo sul nuovo cinema coreano, in collaborazione con Tucker Film all’interno del progetto #iorestoinsala, innanzitutto rinnovando il nostro omaggio a Kim Ki-duk, recentemente scomparso. Se la morte in sé è sempre un dramma, la scomparsa di un grande artista, se prematura come in questo caso, è doppiamente dolorosa perché lascia un doppio vuoto, umano e autoriale. Ci lascia in altre parole immaginare quali sarebbero potuti essere ulteriori sviluppi artistici ma senza che questi si possano concretizzare. 

Il prigioniero coreano (Geumul) è il terzultimo film di Kim Ki-duk, ma l’ultimo ad essere stato distribuito in Italia (nella speranza di poter recuperare presto nelle sale anche i successivi due). Film politico come pochi altri nella sua filmografia. Film di confine, quello del 38° parallelo che divide le due Coree, sottile e immateriale linea sulla quale Kim Ki-duk  mette in immagini una sublime prova di equilibrio critico nei confronti non solo della dittatura nordcoreana ma anche (e in modo più arrischiato) verso il way of life capitalistico della Corea del Sud, incrinando la sua auto-giustificazione d’ufficio che fa leva sulla dialettica con il regime nordcoreano. 

La storia narrata nel film è quella di Nam Chul-woo, pescatore nordcoreano devoto (come potrebbe essere altrimenti?) alla dittatura di Kim Jong-un. A causa di un guasto al motore la sua barca va alla deriva superando fatalmente il  confine del 38° parallelo che divide i mondi inconciliabili delle due coree. A poco varranno le sue spiegazioni, le sue suppliche di poter tornare a casa da moglie e figlia. La sovrastruttura politica lo addita automaticamente come spia, come infiltrato, e quindi come individuo da torchiare prima e da “correggere” poi,  innescando una dialettica mediatica tra le due nazioni (da una parte le immagini di una Corea del Sud ipertecnologica e all’avanguardia; dall’altra le immagini della famiglia in lacrime del pescatore che ne reclama il ritorno). Una doppia finzione in cui a farne le spese è il singolo, inerme e imprigionato tra due sistemi di pensiero opposti ma ugualmente assoluti e auto-assolutori, quello da cui proviene, acriticamente accettato, e quello in cui si trova costretto, dinanzi alle cui lusinghe è obbligato a chiudere (letteralmente) gli occhi. 

Pur rinunciando in parte alle provocazioni  visive e agli eccessi stilistici di altri suoi film, Kim Ki-duk conferma appieno con Il prigioniero coreano la sua cifra, la sua scomodità, la sua visione sul mondo, anzi su due mondi che attraversano l’individuo interiorizzando in esso la scissione politica esteriore. 

Per saperne di più:

  • il trailer
  • l’intervista a Kim Ki-duk su Repubblica.it
  • un ricordo di Kim Ki-duk firmato da Tonino De Pace (Sentieri Selvaggi

Con l’ultimo film che proponiamo in rassegna, The Gangster, the Cop, the Devil di Lee Won-tae , approdiamo invece su lidi più commerciali e d’entertainment, che fanno risaltare ancora di più la duttilità della cinematografica sudcoreana. Come suggerisce Emanuele Sacchi di Mymovies già il titolo rivela quasi tutto del film, a partire dalla trinità di generi tanti amati dal cinema sudcoreano:  “crime, poliziesco e gangster movie”. Trittico di generi, trittico di personaggi, sui quali svetta e furoreggia la figura imponente di Ma Dong-seok: “Un Bud Spencer molto più cattivo e violento, un Sylvester Stallone con più cuore e meno patriottismo” (e non a caso Stallone ha acquistato i diritti del film per trarne un remake hollywoodiano con lo stesso attore protagonista).  

La trinità del titolo ne riecheggia naturalmente altre: ovviamente Il buono, il brutto, il cattivo di Leone, ma restando in Corea del Sud anche Il buono, il matto , il cattivo di Kim Ji-woon, in un “loop citazionistico potenzialmente infinito” (ancora Sacchi su mymovies).  Ferma restando la pressoché nulla originalità di un prodotto destinato a confermare le aspettative di un certo tipo di pubblico anziché a creare scarti e deviazioni all’interno stesso dei generi di riferimento, è altrettanto innegabile che il film di Lee Won-tae sia ottimo per ciò che gli si chiede. La trama è nel titolo stesso: “The Devil” è un misterioso serial killer che terrorizza Seoul; “The Cop” è un poliziotto (sopra le righe come da prassi)  convinto che dietro a questi delitti vi sia un’unica mano e un unico coltello; “The Gangster” è un boss della malavita locale, tra i nemici giurati del poliziotto, che cade egli stesso vittima del serial killer ma si salva e brama vendetta, necessitando però di informazioni che solo la polizia può dargli.

Se un film come questo si inscrive appieno nella tradizione dei generi di riferimento (che in Corea vanno per la maggiore, basti pensare a Memories of a Murder di Bong Joon-ho e prima ancora a The Chaser di Na Hong-jin) e vuole essere ad essi aderente, senza pretese di rinnovamento, allora la riuscita si gioca tutta sui meccanismi interni al film. E da questo punto di vista The Gangster, the Cop, the Devil è senz’altro un film riuscito. L’intreccio funziona perfettamente nella sua schematicità classica e per come sono ripartite le caratterizzazioni dei personaggi / forze in campo. Lo spettatore si troverà così di fronte due “cacciatori” (il poliziotto e il gangster) tra loro opposti , potendo così fare oscillare le sue preferenze ora per l’uno e ora per l’altro nella loro ricerca del “diavolo”. Gli ingredienti (l’azione, la violenza ma anche l’ironia che ne mitiga l’impatto) sono dosati sapientemente. Insomma, se fosse cucina sarebbe un ottimo piatto tradizionale, ma siccome è cinema allora è un ottimo film di genere. Se chiedete di più o altro passate oltre. Se invece volete 109 avvincenti minuti di azione allora non perdetelo. 

Per saperne di più: