#iorestoinSALA highlights: 'La Gomera'

Sull’isola di La Gomera, nell’arcipelago delle Canarie, i fischi diventano un vero e proprio linguaggio esoterico, utilizzato dai pastori per comunicare tra loro anche a grandi distanze e sconosciuto ai più. 

Porumboiu scopre la lingua dei fischi in un documentario e scatta l’illuminazione: perché non rendere questa insolita modalità di comunicare la vera e propria protagonista di un thriller noir? Protagonista un poliziotto (Cristi) dall’integrità morale e deontologica molto dubbia: solitario, celibe e senza figli e, dulcis in fundo, non troppo devoto verso il proprio lavoro. Da qui a farsi corrompere ed entrare in un traffico di droga il passo è breve. Sbarcherà sull’isola della Gomera, incontrerà la femme fatale di prassi, mentre gli ex-colleghi rumeni gli danno la caccia. A zufolare la lingua dei fischi non saranno più quindi i pastori ma i narcotrafficanti. Un vero e proprio codice segreto. 

Film sui generis ma più ancora sui generi; pastiche farcito di citazioni (Sentieri selvaggi, Gilda, Psyco…) e condito da un uso spregiudicato delle musiche, che spaziono da Iggy Pop a Strauss; divertissement surreale da mani nella marmellata cinefila che tiene ben desta la tensione, non nasconde il suo amore per il cinema e i suoi linguaggi cui attinge come ad altrettanti ingranaggi per un micidiale congegno di puro entertainment, orchestrato da un maestro della Nouvelle Vague rumena, di cui vi riportiamo sotto una illuminante intervista.

Per saperne di più:


Intervista a Corneliu Porumboiu (dal pressbook del film)

Da dov’è nata l’idea per il film?
10 anni fa vidi un servizio sulla lingua dei fischi, El Silbo, “parlata” sull’isola de La Gomera. Avevo appena terminato il mio film Police, Adjective, anch’esso sul linguaggio, utilizzato a fini politici, e rimasi colpito dall’idea di usare i fischi come elemento per una ricerca simile.

Questo è un film più visionario, immaginifico, sembra meno strettamente ancorato alla realtà rispetto ai suoi film precedenti. Da dove nasce questo nuovo indirizzo del suo cinema?
Questo film è molto diverso dagli altri, ma non era una cosa che avevo premeditato. Lo stile narrativo ed estetico è una conseguenza della storia di una lingua segreta utilizzata per scopi criminali.

Cosa voleva trasmettere attraverso la storia di un poliziotto corrotto dalla doppia identità?
All’interno del contesto di un’investigazione molto ambigua, racconto la storia di un poliziotto disilluso, Cristi, che si reca sull’isola de La Gomera per incontrare una donna, una femme fatale, e imparare la lingua dei fischi. Ma tutto si complica e niente va secondo i piani. Il poliziotto intraprende un viaggio iniziatico, un’avventura a scatole cinesi ricchissima di colpi di scena.

In che modo ha strutturato il film in base al linguaggio dei fischi?
La lingua El Silbo codifica il nostro linguaggio parlato, come il film codifica la realtà. Ho quindi voluto giocare con i codici di diversi generi cinematografici – dal poliziesco, al noir, al western, alla commedia. Volevo raccontare una storia di personaggi che mentono, che fanno tutti un doppio gioco.

In Police, Adjective del 2009, un poliziotto idealista combatteva contro la corruzione per un sistema giudiziario virtuoso. Cristi, il poliziotto di La Gomera è più cinico, disilluso. Come definirebbe questo personaggio enigmatico?
Cristi non crede più nella propria vocazione. Inizia a lavorare per la mafia e a guadagnare con il traffico di droga. Non crede più in niente, nella sua vita professionale, nella sua vita privata, e cerca di fuggire da tutto questo recandosi sull’isola de La Gomera. In quanto poliziotto, è parte di una struttura di potere e crede di avere il controllo sulla propria vita, ma molto presto viene travolto da una tempesta di eventi che sfuggono al suo controllo.

Come ha scelto il cast eclettico e internazionale del film?
Volevo dei personaggi potenti, capaci di incidere rapidamente nelle scene del film, con una grande presenza fisica – un po’ come nei classici noir. Avevo alcuni riferimenti. Gilda (Catrinel Marlon) è una femme fatale, e Magda (Rodica Lazar), la procuratrice, la capa di Cristi, è una donna forte e glaciale, simile a Marlene Dietrich. Ho scelto Agusti Villaronga, che interpreta il boss mafioso, per dare al personaggio un tocco aristocratico, evitando il cliché cinematografico del mafioso. Volevo un cast eterogeneo e sorprendente e ho scelto degli attori abbastanza atipici per i ruoli che interpretano.

È un film molto dark. È anche una riflessione sulle relazioni umane nella società di oggi?
Sì. Nel mio primo film 12:08 a Est di Bucarest, i personaggi parlavano molto, si fermavano a ponderare le cose, cercando di delineare la rivoluzione che potesse scuotere il potere fino ad allora inattaccabile. In questo nuovo film, i personaggi sono immersi in un mondo dalle scelte violente, dove ognuno vuole imporre agli altri il proprio modo di vedere: è un gioco di potere perpetuo. In un mondo dove tutto deve essere negoziato, una comunicazione genuina funziona meglio (per coloro che lo sanno utilizzare) attraverso un linguaggio segreto che sfugge alla tensione dei rapporti umani, e che riesce a preservare la sincerità. Questa lingua diventa fondamentale per Cristi, tanto che finisce per utilizzarla non solo per la missione criminale, ma anche per la sua vita personale.

Non comprendiamo immediatamente che Cristi è sotto intercettazioni e un sospettato della polizia. Il suo personaggio non si presta a un’immediata identificazione, ma il film rivela gradualmente i suoi segreti…
Cristi è un personaggio molto complesso. All’inizio crede di avere tutto sotto controllo, ma poi viene travolto da una tempesta di eventi, una triangolazione vertiginosa. Non è più padrone del proprio destino. Alla fine capiamo che i personaggi più solidi sono le donne intorno a lui: Gilda, Magda e la madre. In realtà sono le donne a muovere le fila e a far evolvere la storia. Capiamo che Cristi viene pilotato dalle donne e alla fine le scelte che fa si rivelano non essere veramente le sue.

La femme fatale interpretata da Catrinel Marlon è una pura fantasia filmica e/o la forza propulsiva della storia noir?
È l’archetipo della femme fatale: inganna e tradisce gli uomini, mettendoli l’uno contro l’altro. Catrinel Marlon è riuscita perfettamente a infondere al personaggio la forza di manipolare gli altri, senza che questi se ne accorgano. La scena in cui bacia Cristi per depistare il poliziotto che lo sta pedinando, ad esempio: è una scena che rivela pienamente il suo potere. Sa sempre incarnare ruoli diversi davanti alle telecamere di sorveglianza e riesce a gestire alcune situazioni borderline molto pericolose.

Che lavoro ha fatto con Vlad Ivanov per fargli interpretare questo poliziotto ambiguo?
Con Vlad Ivanov avevo lavorato in altri miei film, e in questo caso ci siamo concentrati sui sottotesti taciuti del personaggio e sulla sua voce, per renderla più profonda. Il suo personaggio, Cristi, è molto opaco, non rivela mai le sue emozioni, ma nella scena in cui tratta con la mafia per il destino di Gilda, mostra le sue carte. È follemente innamorato di lei. Scopriamo la verità dei personaggi esclusivamente attraverso le loro azioni.

Per alcuni versi ricorda persino Buster Keaton…
Sì, l’apparenza di avere sempre tutto sotto controllo – la sua seriosità in ogni circostanza – lo rende un personaggio anche comico.

Questa forma particolare di humor è molto importante nei suoi film?
L’umorismo è qualcosa che mi viene naturale. Forse è connesso alla mia cultura. I miei personaggi si prendono molto sul serio. Credono di essere i padroni del proprio destino, ma in questo caso non è così. Chiedo agli attori di affrontare le situazioni in modo serissimo – anche quando si tratta di situazioni assurde, come nella scena in cui il poliziotto inizia a imparare la lingua dei fischi! Mi diverte molto creare uno squilibrio tra il modo in cui si sentono quasi eroi e la realtà delle situazioni. Questa componente terribilmente seriosa dà ai miei film un tocco di assurdo.

Uno stile recitativo potente e spregiudicato, dialoghi al vetriolo, scene brevi e incisive – perché questo film ha un ritmo molto più concitato rispetto ai precedenti?
Il principio alla base di questo film è quello delle transazioni. Comprese le transazioni nel modo di esprimersi. I dialoghi qui non sono delle discussioni basate su un’idea, ma sono degli scambi veloci e violenti, come una partita a ping-pong. Ogni personaggio si esprime in base alla specificità del proprio ruolo: poliziotti e mafiosi hanno un modo di esprimersi molto funzionale, non hanno tempo per riflettere o discutere, poiché devono costantemente passare all’azione.

La scena di apertura, l’arrivo quasi trionfale sull’isola de La Gomera, getta le basi per il film: Cristi crede di essere giunto in Paradiso, ma presto scopre di essere spiato e sotto sorveglianza. È di fatto imprigionato sotto gli sguardi degli altri. Ha voluto mostrare come l’essere costantemente monitorati e controllati riduce la nostra libertà? Cosa dice il film sulle modalità di comunicazione del nostro tempo?
Volevo mostrare come in una società sempre più tenuta sotto controllo, in cui ognuno è costretto nel proprio ruolo, una forma di comunicazione ancestrale può rappresentare una via di fuga; fuga dal controllo e dalle relazioni di potere che determinano le azioni di ciascun personaggio.

Qual è il suo rapporto con la realtà, visto che nel film l’artificio regna sovrano e tutti interpretano un ruolo?
Tutto è connesso: i personaggi giocano con i loro ruoli e io gioco con i codici del linguaggio e dei generi cinematografici. Le citazioni che ho inserito sono coerenti con questo concetto. Tutti i personaggi giocano con il ruolo a seconda di chi hanno davanti. Solo la madre di Cristi mantiene una forma di sincerità e realismo.

Come ha concepito lo stile così elaborato del film?
Il direttore della fotografia Tudor Mircea e io abbiamo fatto riferimento all’estetica di Edward Hopper, Alfred Hitchcock, e ai classici del noir. Con Arantxa – la direttrice artistica, che è anche mia moglie – abbiamo deciso di attribuire ai vari capitoli i colori dell’arcobaleno, con ogni capitolo nominato in base a un personaggio che svolge un ruolo importante nell’evoluzione di Cristi. Abbiamo cercato di perseguire un’estetica astratta, distaccata, per enfatizzare l’idea di artificio e di gioco delle parti che caratterizza ogni personaggio.

La musica – che spazia da Carl Orff a Iggy Pop – dona al film un’atmosfera unica…
La musica ha un ruolo molto importante in questo film, che procede per accumulo di scene brevi, che cambiano repentinamente, denotando in modo rapido il mondo dei personaggi. Mi sono anche divertito a creare dei contrappunti musicali sorprendenti, utilizzando, ad esempio, la musica classica in scene molto violente o d’azione. Questo costituisce un altro modo per me di giocare con i codici di genere e sovvertirli.