#iorestoinSALA highlights: Neo-poliziottesco all'italiana

Un coppia di film che già dal titolo non lasciano dubbi su quali generi made in Italy vadano ad omaggiare e riprendere: il poliziottesco e il thriller all’italiana. Due film con molti punti in comune: il produttore e distributore Minerva Pictures (che nel suo catalogo vanta d’altronde una sterminata filmografia di genere), il giallista Carlo Poldelmengo che si è occupato di entrambe le sceneggiature, e l’attore Marco Bocci, protagonista dei due film come un novello Tomas Milian. In ambo i casi l’aderenza ai canoni e alle regole “di genere” è manifesta (inclusi omaggi meta-filmici e rimandi ai capisaldi del passato) ma non per questo rinuncia a qualche tocco originale che aggiorna la proposta calandola nella contemporaneità (di converso una contemporaneità nella quale il genere pare stia vivendo una seconda giovinezza). 

Bastardi a mano armata, per la regia di Gabriele Albanesi, rispetta tutto quanto ci si aspetta da un film di/del genere. La fisicità e l’espressività di Marco Bocci caratterizzano bene il protagonista Sergio Diotallevi (proverbiale caso di nomen omen), orfano di nome e di fatto, criminale per caso, carcerato in Algeria, singolarmente graziato e rispedito in Italia con la missione di recuperare un consistente bottino da un’abitazione  che dovrebbe essere abbandonata ma che invece ospita la classica famiglia borghese, essa stessa con non pochi scheletri nell’armadio. Ed è proprio in questa villa romana che tutto il film si svolge (se ne esce solo mentalmente per l’uso dei flashback), tra l’home invasion di Parasite e il Polanski più claustrofobico, con una gestione impeccabile delle scene in spazi così ristretti. Dire di più sulla trama, ben costruita nei suoi meccanismi di suspance, sarebbe d’altronde dire troppo per un film-congegno come questo, che come tale si definisce, nell’aderenza a un canone e ai suoi (anti?)classici. 

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Nel caso di Calibro 9 l’omaggio è ancora più scoperto:  difficile non pensare subito al mitico Milano Calibro 9 di Fernando Di Leo, direttamente citato nel titolo, e di cui il film di Toni D’Angelo è al contempo omaggio, remake e sequel. A tal punto che analogie, corrispondenze e citazioni si sprecano: Gianluca Curti (a capo di Minerva Pictures), che del film è produttore e co-sceneggiatore, è figlio di Ermanno Curti, a sua volta produttore del film di Di Leo, il cui nome, Fernando, è lo stesso del protagonista. Di Leo invece si chiama il poliziotto sulle tracce del malavitoso Fernando. Nei panni di Nelly Piazza, madre di Fernando e moglie di Ugo Piazza, c’è sempre Barbara Bouchet, apoteosi di una sincera operazione nostalgica condita, proprio in apertura di film, dalle immagini tratte dalla “matrice”del 1972, incluso il volto di Ugo Piazza allora interpretato dall’indimenticabile Gastone Moschin.

Tra pulp e ironia (non mancano spunti decisamente tarantini ani, quasi a marcare i solchi del tempo tra originale e sequel e ciò che quei solchi il cinema ha attraversato), tra filologia e restituzione al presente, tra ‘ndrangheta e hackeraggi, Toni D’Angelo con Calibro 9 tradisce tutto il suo amore per ciò che il film di De Leo rappresenta. E se questo amore sia ispirazione o zavorra lasciamo a voi decidere.

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