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Dopo la calorosa accoglienza alle Giornate degli Autori della 77ª Mostra del Cinema di Venezia 2020, domenica 7 febbraio arriva in esclusiva sugli schermi virtuali di #iorestoinSALA Spaccapietre, opera seconda di Gianluca e Massimiliano De Serio

A presentarlo al pubblico in diretta streaming alle ore 20.30 (sul profilo Facebook della Cineteca) saranno proprio i due registi, accompagnati dai protagonisti Salvatore Esposito – noto al grande pubblico per il suo ruolo in Gomorra –, Licia Lanera e dal giovane Samuele Carrino.

La diretta sarà, come di consueto, visibile anche sulle pagine Facebook di ognuno dei cinema aderenti a www.iorestoinsala.it

Spaccapietre rimarrà in programma sugli schermi “virtuali” di #iorestoinsala, e quindi anche del cinema Lumière, nei giorni successivi all’evento.

Dopo un grave incidente sul lavoro a seguito del quale perde l’uso di un occhio, Giuseppe è disoccupato. Suo figlio Antò sogna di fare l’archeologo e pensa che l’occhio vitreo del padre sia il segno di un superpotere. Sono rimasti soli da quando Angela, madre e moglie adorata, è morta per un malore mentre era al lavoro nei campi. Senza più una casa, costretto a chiedere lavoro e asilo in una tendopoli insieme ad altri braccianti stagionali, Giuseppe ha ancora la forza di stringere a sé Antò, la sera, e raccontargli una storia. Gli ha promesso che un giorno riavrà sua madre, e rispetterà quella promessa, a qualunque prezzo.

Spaccapietre è un film coraggioso e rigoroso sia dal punto di vista artistico che da quello morale. Girato in una Puglia ancestrale e fuori dal tempo, con uno stile livido, notturno, dai colori (e dai corpi) sanguigni e caravaggeschi, per certi versi non distante dal Dogman di Garrone come anche dal realismo dei Dardenne, innervato dalla musica dissonante e chitarristica della band torinese Gatto Ciliegia contro il Grande Freddo, il film dei fratelli De Serio squarcia il buio facendo luce sulla sacralità e la profondità dei rapporti familiari da un lato e sul dramma dello sfruttamento dei lavoratori dall’altro. 

Spaccapietre parte da un fatto di cronaca (la morte nel 2015 nelle campagne pugliesi di Paola Clemente, una bracciante agricola) per affrontare due concezioni opposte e antitetiche del lavoro e attraverso di esso della dignità dell’essere umano: da una parte l’orgogliosa umiltà di un lavoro che si tramanda di generazione in generazione, dall’altra l’annullamento dei diritti e dei valori, i soprusi, la gratuità della violenza e l’indifferenza della morte che si annidano nella piaga del capolarato. 

In un film programmaticamente anti-retorico fatto più di corpi (quello di Salvatore Esposito, “monolito di quiete e furia”) che di parole, centrale sullo sfondo dell’assenza materna è il rapporto tra padre e figlio, così stretto che diviene esso stesso un “corpo unico” a sfidare le avversità di una condizione insostenibile e che pare fatalmente destinata al peggio. Giseppe e Antòs si sostengono, sovvertendo sovente gli stessi ruoli famigliari (è il figlio a risollevare il padre dopo la morte della madre e a scuoterlo dal suo torpore di vittima predestinata dei suoi aguzzini), nel ricordo e nella promessa di ritrovare un giorno la moglie e la madre perduta. Una promessa irrazionale e disperata come la ribellione contro ciò che ci schiaccia e che non si può abbattere. Come ribellione che restituisce la dignità che i caporali hanno tolto ai protagonisti di un film tanto spietato quando vitale, e che non si sa dire se più “bello” o più necessario. Con tutta probabilità entrambe le cose, e non è poco.

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