#iorestoinSALA highlights: 'Sqizo'

Nato nel Bronx e internato a seguito di una diagnosi sbagliata in diversi istituti psichiatrici, Louis Wolfson si ribella alla lingua madre, l’inglese, diventando linguista autodidatta e autore di culto in Francia, homeless in Canada, scommettitore incallito e vincitore di una lotteria milionaria a Porto Rico, dove oggi vive vicino al radiotelescopio più grande del mondo. Sqizo, un viaggio alla scoperta del pianeta Wolfson e della sua mente “speciale” e visionaria, che ci interroga sul senso stesso della nostra esistenza.

Il regista Duccio Fabbri rivela al mondo la storia di Louis Wolfson, “scrittore americano di lingua francese” che ha affascinato una generazione di intellettuali, da Sartre a de Beauvoir, da Lacan a Deleuze fino ai contemporanei Paul Auster e Jean-Marie Le Clézio. Scommettitore incallito e ribelle a qualsiasi forma di costrizione sociale, nonostante la notorietà continua la sua vita ai margini fino a decidere a settantadue anni, ossessionato dalle possibilità di altre forme di vita nell’universo, di trasferirsi a Porto Rico vicino al più grande radiotelescopio del mondo. Qui diventa improvvisamente milionario vincendo la lotteria nazionale, salvo perdere tutto per aver affidato il suo denaro ad investitori sbagliati. Oggi vive nell’appartamento numero 314 di un decadente affittacamere costruito negli anni cinquanta a San Juan. Il rombo dei motori provenienti dal vicino aeroporto accompagna la sua solitaria battaglia legale contro gli speculatori da cui ritiene di essere stato truffato. (cinemaitaliano.info)

Note di regia di Duccio Fabbri
Ho scelto Wolfson tra tutte le possibilità che avevo perché lui era quello più svantaggiato, emarginato e diverso di tutti. Sebbene sia americano, Wolfson rifiuta la lingua inglese in ogni forma: scrive in francese e si esprime in un mosaico di lingue straniere. La scrittura dei suoi libri è elegante e piena di autoironia ma dall’effetto crudo, fisico e senza filtri. Il lettore finisce per dividersi tra riso e angoscia, sorpresa e malinconia. Per Wolfson l’esperimento linguistico e il ricorso alle altre lingue non è una questione di estetica, ma di sopravvivenza: sin dalla sua gioventù l’ascolto della lingua madre lo getta in stati di indicibile angoscia. Wolfson ha escogitato una via di guarigione dalla diagnosi di schizofrenia, raggiungendo una tale coerenza tra pensiero e azione da rendere la sua vita un’opera d’arte. La persistenza di Wolfson nel vivere nella realtà della parola scritta, invece che in quella parlata, lo rende un uomo invisibile, come nella leggenda del ‘Flying Dutchman’: una figura visibile a tratti e non da tutti, destinata all’errare perpetuo. 
Quando ho saputo che era ancora vivo, ho sentito il dovere di raccogliere la testimonianza di questa vita di resistenza in un film documentario su di lui. Un rapporto nato sotto il segno della diffidenza – mi credeva un possibile agente segreto italiano! – e culminato, anni dopo, in amicizia. Wolfson siede esattamente all’angolo del nostro universo e il film è il tentativo di lanciarsi nel sistema solare per raggiungere il pianeta Wolfson, un luogo misterioso, sia per la medicina che per l’arte. Penso che la vita e le azioni di Wolfson siano estreme ed esemplari. Infatti i suoi atti (come il rifiuto della lingua madre, il disprezzo per la psichiatria, il rifiuto delle più elementari istituzioni sociali) possono essere interpretati come gesti politici: forme di resistenza e sopravvivenza – che sono anche un incredibile esempio di auto-terapia – praticate attraverso esperienze e scelte radicali ed estreme, che ci mettono di fronte ad un nuovo punto di vista sul mondo.
Sqizo è un ulteriore tassello nell’opera artistica di Wolfson. Si iscrive infatti nei processi creativi necessari di Louis (come lo sono stati precedentemente i suoi libri) e ne rappresenta l’espressione più recente. C’è infatti, nella scelta di partecipare a un film che è anche in inglese, la volontà di avviare un percorso di riconciliazione con la lingua madre. Ma c’è anche, nella lunga e tormentata decisione di partecipare alle riprese, la scelta di essere finalmente visto, di rendersi visibile. Non un film su Wolfson, dunque, ma un film con Wolfson, in cui si manifesta la sua volontà di portare avanti una peculiare e sorprendentemente ironica forma di comunicazione con il mondo.

Biografia di Louis Wolson
Louis Wolfson è nato nel Bronx nel 1931 da genitori ebrei lituani e bielorussi.
Ottiene una borsa di studio per entrare nella facoltà di medicina. Da adolescente la madre lo fa ricoverare in vari ospedali psichiatrici dove subisce numerosi trattamenti di elettroshock e terapie all’insulina, è diagnosticato schizofrenico e inabile al lavoro o allo studio. Wolfson studia da autodidatta molte lingue tra le quali il francese, il tedesco, l’ebraico e il russo. Scrive una biografia in francese che invia a Gallimard nel 1963. L’anno successivo Jean Paul Sarte ne pubblica una stralcio su Les Temps Modernes e il libro intero viene poi pubblicato dalla casa editrice Gallimard nel 1970 con il titolo Lo schizofrenico e le lingue con un’introduzione di Gilles Deleuze.
Wolfson è completamente sconosciuto negli Stati Uniti, inizia un vita itinerante e senza fissa dimora tra Chicago e Montreal che durerà più di vent’anni. Wolfson continua a coltivare la sua passione per la scrittura e per il gioco d’azzardo. Scrive un secondo libro mentre è homeless intitolato — Mia madre, musicista, è morta di malattia maligna a mezzanotte, tra martedì e mercoledì, nella metà di maggio mille977, nel mortifero Memorial a Manhattan — pubblicato dalla casa editrice Navarin in Francia nel 1984 e da Studio Editoriale in Italia nel 1987 e nel 2013 da Einaudi. Scrive un terzo libro in proposito di un americano esule itinerante che Wolfson teneva in un armadietto dell’università di Montreal e che viene buttato via accidentalmente da un bidello.
Nel 1994 si trasferisce a Porto Rico, dove vive tutt’ora, per essere vicino al più grande radiotelescopio del mondo.

Testimonianza di Paul Auster su Wolfson
Non è possibile che qualcuno sia allergico a una lingua. Non è possibile. Specialmente se è la lingua con cui sei cresciuto, con cui hai vissuto i primi venti, ventuno anni della tua vita. Si presume con serenità e facilità. Quindi c’è una profonda rottura psicologica, e l’aspetto più incredibile della questione è il modo in cui lui riesce a risolvere il suo problema.
Ogni grande libro è nato da un momento di rabbia. E gli unici libri che ci colpiscono davvero sono quelli in cui percepiamo un’esigenza profonda di scrivere, cioè il testo scritto come atto necessario. Se fosse un romanzo, potremmo considerarlo un’invenzione comica delirante ed estremamente brillante, ma questa non è invenzione, è vita. E lui la racconta con un certo humour. Intendo dire che… Il libro non si lascia andare all’autocommiserazione.  Lo scrittore non si piange addosso, ma coinvolge il lettore nella realtà della situazione. Il lettore lo vede come un essere umano che gli sta parlando. Da qui nasce una sorta di dialogo tra scrittore e lettore, un dialogo presente in questo libro come solo nei grandi libri. È un manuale di sopravvivenza.

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