#iorestoinSALA highlights: Performing Lives

Marina Abramovic, Ulay, Cate Blanchett e Charlotte Rampling. Due artisti performativi e due performance attoriali bigger than life. O più precisamente: grandi come la vita stessa.

Marina Abramovic e Ulay, sono stati compagni nell’arte come nella vita, provocatori senza gratuità (indelebile e celeberrima la loro Imponderabilia realizzata nel 1977 presso la Galleria d’Arte Moderna di Bologna), protagonisti di una delle parabole più significative e intense dell’arte performativa tutta, laddove questa tracima nella vita tout court.

Ulay ci ha lasciato poco più di un anno fa, al termine di una lunga malattia essa stessa divenuta percorso artistico con il Project Cancer, realizzato insieme al filmaker Damjan Kozole e ultimato nel 2013. Pellegrinaggio della e nella memoria (Ulay torna ai luoghi e alle persone a lui più cari e che lo hanno più segnato); la morte stessa, fin dal titolo, come progettualità ulteriore e spinta in avanti anziché come fine e termine ultimo. Un ultimo propositivo esperimento sul proprio corpo, senza commiserazione e finanche senza dolore (se non quello che possiamo percepire noi spettatori). Come l’artista stesso ebbe a dire “nel picco della mia carriera ho trattato molto male il mio corpo con azioni masochistiche, auto-aggressive, ferendomi da solo. Tre anni fa ho scoperto di avere un cancro. Ma non aveva nulla a che fare col mio lavoro: le mie performances del passato, anzi, mi hanno insegnato che la mente deve essere più potente del corpo.”

La figura di Marina Abramovic è presenza preminente nel film di Damjan Kozole, talmente forte è stato il loro legame umano, pur burrascoso tra una dolorosa rottura e la finale riconciliazione. Come sottolinea Gabriele Niola di Mymovies: “nella rievocazione che entrambi fanno di una storia d’amore che è stata anche connubio professionale, della sua fine e poi degli strascichi di umana debolezza e piccoli risentimenti, c’è un’umanità profondissima da parte di due figure che nel loro ambito sono titaniche e difficilmente affrontabili. Forse allora è questa l’ultima grande opera di Ulay, ottenere che due giganti della performing art con l’avvicinarsi della morte di uno di loro svelino per la prima volta un’umanità piccina e ordinaria dopo decenni di straordinaria esplorazione dei confini del fisico e della mente.”

E la Abramovic è oggetto a  sua volta di un altro documentario che vi proponiamo: The Space in Bwtween: Marina Abramovic and Brasil di Marco Del Fiol, senz’altro meno struggente e più circostanziato del lavoro di Kozole con Ulay, ma non per questo meno interessante. Qui la Abramovic funziona volontariamente da tramite, medium (in between appunto) per comunicare allo spettatore il mondo degli sciamani, degli stregoni e delle loro pratiche rituali e curative, il concetto-dottrina che la guarigione deve necessariamente passare attraverso il dolore. È anche un mondo fatto di magia, di cibi, di erbe, di danze, quello che ci consegna, come un dono, la Abramovic. È soprattutto un mondo in cui la performance è la vita stessa, ben oltre la freddezza e la frigidità di molta arte contemporanea recintata negli an-estetizzanti limiti museali in cui viene (ri)posta.

Lo scarto tra questi film e gli altri due lavori che vi proponiamo è solo apparente. Sia in Manifesto di Julian Rosefeldt che in Hannah di Andrea Pallaoro la performance non è meno vitale per il solo fatto di avvenire esplicitamente davanti alla macchina da presa, come suo obiettivo. Si tratta di infatti di due tour de force attoriali che vedono come protagoniste rispettivamente Kate Blanchett e Charlotte Rampling. La prima in Manifesto – nato e portato originariamente in scena come installazione-performance multi-schermo – dà volto e voce a 13 personaggi diversi che portano in scena altrettanti “manifesti”:  da quello del Partito Comunista a quello del Dogma 95, da quello dadaista a quello futurista, passando per surrealismo, situazionismo, minimalismo… Insomma, gli –ismi che hanno contribuito a plasmare il clima sociale (tanto politico quanto artistico) del secolo scorso e ancora più a ritroso. Non è solo virtuosismo quello di Kate Blanchett (che già delle sue doti “trasformiste” aveva dato ampio sfoggio in Io non sono qui di Todd Haynes), ma un excursus tra parole, stili, ambienti e personaggi che a livelli diversi hanno fatto la Storia e del cui impatto ritroviamo intatte in Manifesto la potenza e la pregnanza, quanto mai attuali, urgenti e vive.

Tanto quanto Manifesto è Cate Blanchett così Hannah di Andrea Pallaoro è Charlotte Rampling, sacrosanta Coppa Volpi a Venezia come miglior attrice e coraggiosissima nel prendere interamente su di sé, sul suo corpo e sul suo volto, sulla sua interpretazione, l’interezza di una dolorosa riflessione sullo spaesamento esistenziale, sulla vecchiaia e sulla solitudine. E Hannah / Charlotte Rampling è sola nel film, “è in ogni singola inquadratura, ogni suo respiro è quello che determina il battito emotivo della narrazione, del racconto” (Valerio Sammarco, Cinematografo); Hannah è sola dopo l’arresto del marito; è sola a tirare avanti; sola nella vita di tutti i giorni scandita tra lavoro, corsi di recitazione, lezioni di nuoto; è sola nel tentativo di ritessere un legame con la famiglia di suo figlio. E Charlotte Rampling è sola sullo schermo, filmata in una vera e propria prova di resistenza attoriale. È sola, anzi no: è sola con noi, spettatori, che la vediamo resistere nonostante il fragoroso silenzio del  suo sgretolamento interiore.

 

Per saperne di più:

  • il trailer di Ulay
  • il trailer di The Space in Between
  • il trailer di Manifesto
  • il trailer di Hannah
  • “Ulay è morto”, articolo di Santa Nastro, Artribune.com 
  • la recensione di The Space in Between di Rossella Farinotti, MYmovies.it
  • la recensione di Manifesto di Giancarlo Zappoli, MYmovies.it
  • la recensione di Hannah di Valerio Sammarco, Cinematografo.it
  • a proposito di Hannah, l’intervista di Stefano Monti al regista Andrea Pallaoro e a Charlotte Rampling, Artslife.com