Nuovo Cinema Teheran

24/03/2021

La selezione che Academy Two propone ha il merito di portare in Italia tre titoli della recentissima cinematografia iraniana, presentati nei più prestigiosi Festival internazionali. In ordine cronologico essi sono Nahid di Ida Panahandeh, Un mercoledì di maggio di Vahid Jalilvand e A Dragon Arrives! di Mani Haghighi.

Tre straordinarie opere diverse tra loro, per linguaggi e temi, accomunate comunque dalla lezione appresa dal grande cinema d’autore iraniano ma non meno permeate da influenze provenienti dall’esterno, in particolare dall’amatissimo neorealismo italiano. Particolarmente evidenti, ad esempio, esse sono in Un mercoledì di maggio: un affresco di umanità dolente, abbandonata a se stessa, che lotta disperatamente per la sopravvivenza in una città dove, lo sappiamo da altri fonti, il tenore di vita ha ormai raggiunto livelli di opulenza occidentale. Il film va però oltre l’affresco sociologico e scava invece dentro le ragioni intime che hanno portato il protagonista ad un gesto che sembra essere di pura filantropia e che invece, lo scopriremo dopo, è anche altro.

In Nahid, il film di Ida Pahanandeh che in molti si sono affrettati a qualificare come “femminista”, il tema che prevale è sì quello della lotta di una donna coraggiosa che cerca di difendere le sue scelte dalle imposizioni di una società maschilista e patriarcale ma, come la regista tiene a sottolineare, è innanzitutto la storia di una donna, di quella donna, di quella condizione sociale, in quella cittadina. Nahid lotta per se stessa, non è un simbolo di tutte le donne iraniane. Un film che pretende di dire tutto su un Paese – ripete ancora la regista – non può che fallire nel suo compito perché la realtà è complessa e un regista non può che coglierne un brandello. Per fortuna, il cinema iraniano si è ormai liberato della necessità di essere ogni volta il riflesso dell’intera società. Ogni regista sceglie un aspetto, un’angolazione, una storia piccola o grande come sono piccole o grandi e diverse le storie di tutti e la rappresenta con la sua visione della vita, con la sua scelta cinematografica.

È il caso ad esempio del film di Mani Haghighi A Dragon Arrives!, non paragonabile a nessun film iraniano sinora visto, né al cinema problematico e impegnato di un Makhmalbaf, di un Kiarostami o di un Panahi, né al cinema borghese-urbano di Farhadi. Siamo in territori nuovi e spiazzanti, ad un uso del linguaggio cinematografico rutilante, denso di citazioni di generi e di stili che provengono da una grande cultura visiva internazionale e da una tradizione mitologico-simbolica tra le più ricche al mondo.

Nahid

“Il film rivela tutta la forza, la passione ed il coraggio di una regista che non teme di parlare chiaro.”
(Taxi drivers)

“Primo lungometraggio di Ida Panahandeh è un film coraggioso, impegnato e femminista.”
(Le Monde)

 

Nahid, una giovane divorziata, vive con il figlio adolescente in una cittadina perennemente avvolta dalla nebbia sulle sponde del Mar Caspio. Per la legge iraniana, in caso di divorzio i figli vengono dati in custodia al padre, ma il marito di Nahid, un poco di buono, violento e drogato, acconsente che il figlio venga affidato all’ex moglie solo a patto che questa non si risposi. Senza mezzi, con una vecchia madre malata da accudire e un lavoro precario, Nahid conduce una vita magra ma non perde il desiderio e la speranza di essere felice, di provare a costruire una vita normale. L’occasione sembra essere offerta dall’amore di Massoud, anch’egli vedovo e padre di una bambina, che potrebbe assicurarle affetto e sicurezza economica. Ma un matrimonio è impossibile così come non è assolutamente praticabile qualsiasi ipotesi di relazione clandestina. Pressata dalla voglia di vivere la sua storia d’amore e il timore di perdere il figlio, il quale tra l’altro mostra di voler seguire le orme del padre, Nahid ricorre all’unica soluzione permessa dalla rigida morale islamica: il matrimonio temporaneo. La riprovazione sociale e la reazione dell’ex marito, geloso e ancora innamorato di lei, sfoceranno in un dramma a cui la giovane dovrà trovare una soluzione.

LA REGISTA

Ida Panahandeh è nata a Teheran dove ha studiato fotografia e regia cinematografica. Ha iniziato ad operare nel cinema già da studentessa realizzando diversi cortometraggi. Documentarista di talento, è stata invitata dalla televisione di stato a realizzare alcune serie, ricevendo numerosi premi. Nel 2009 ha partecipato al Talent Campus della Berlinale con il film corto Cockscomb Flower. La condizione della donna in Iran e il miglioramento dei suoi diritti sono sempre stati al centro del suo lavoro. Nahid, il suo primo lungometraggio, nasce da questa esigenza e dall’esperienza vissuta dalla madre della regista che ha cresciuto la figlia da donna sola. Il film è stato presentato al Festival di Cannes nel 2015 e ha ricevuto molti consensi e il premio L’Avenir nella sezione Un Certain Regard. Nel 2016, Susan Sarandon e Geena Davis, hanno assegnato a Ida Panahandeh il premio Women in Motion per i giovani talenti.

GLI INTERPRETI

Sara Bayat (Nahid): attrice molto versatile, è stata l’interprete della badante in Una Separazione di Asgar Farhadi. La regista temeva che venisse associata con l’idea di donna oppressa e passiva svolto in quel ruolo, completamente all’opposto del carattere e della forza richiesta a Nahid. Insieme hanno costruito ogni giorno la figura di Nahid ottenendo un ottimo risultato.

Pejman Bazeghi (Massoud): attore con lunga esperienza televisiva, è stato il protagonista di film importanti quali Duel di Ahmad Reza Darwish.

Navid Mohammad Zadeh (Ahmad): uno degli attori più interessanti della nuovissima generazione. Prestato al cinema dal teatro ha interpretato alcuni film di grande successo tra cui il film Live+one day che ha trionfato al Festival di Fajr 2016.

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Un mercoledì di maggio

“Con Un mercoledì di maggio il cinema iraniano continua a stupire grazie all’originalità della storia e a una messa in scena che descrive la società iraniana senza fronzoli.” (La Croix)

“L’umanesimo del cinema iraniano più raffinato è presente nelle splendide immagini di Un mercoledì di maggio.” (The Hollywood Reporter)

Uno strano annuncio sul giornale di un uomo, Jalal, che è pronto a regalare un’ingente somma a chi dimostra di averne veramente bisogno, spinge un mercoledì di maggio una folla di persone davanti al suo ufficio. Tra i disperati che sperano di risollevare in questo modo la loro vita, c’è Setareh, adottata dalla famiglia della zia e ostacolata nel suo desiderio di sposare un uomo diverso dal cugino. Dei soldi ha bisogno per far uscire di prigione Morteza, il fidanzato, accusato ingiustamente di aver ferito il cugino durante un litigio. Non meno disperata è la situazione di Leila, il cui marito ha bisogno di un intervento chirurgico per tornare a camminare e vivere normalmente. Leila che è stata un tempo fidanzata di Jalal prima che l’uomo la lasciasse senza una spiegazione, vive una vita miserabile ormai ai limiti della sopportabilità. Il motivo che spinge Jalal a un atto di generosità che la moglie contesta aspramente si chiarisce solo verso la fine del film quando Jalal si trova, come lo spettatore, a chiedersi se il bene è altruismo o desiderio di riempire un proprio vuoto. 

Premiato al Festival di Fajr 2015 di Teheran, il film ha ricevuto anche il premio FIPRESCI nella sezione Orizzonti del Festival del Cinema di Venezia 2015.

IL REGISTA

Vahid Jalilvand che, oltre ad essere il regista nel film interpreta il ruolo di Ali, è nato a Teheran nel 1976. Si è laureato in regia teatrale e ha iniziato subito a lavorare nella televisione di stato come editor e poi come regista di più di 30 film documentari e di numerose serie televisive. Molto prima, però, a soli 15 anni aveva già iniziato la carriera di attore che ha poi continuato sia a teatro che in televisione. Un mercoledì di maggio è il suo primo lungometraggio come regista e il secondo come attore. Lavora da sempre con un gruppo di amici ed è stato proprio un amico che gli ha dato l’idea di questo film. Jalilvand racconta che una sera l’ha chiamato e gli ha parlato di un dubbio che gli era venuto. Questo amico era solito dare grosse cifre in beneficenza ma ad un tratto si era chiesto cosa avrebbe fatto se non avesse avuto più un soldo e come unica ricchezza gli fosse rimasta solo l’automobile. L’avrebbe venduta per donare anche quei soldi?

GLI INTERPRETI

Niki Karimi (Leila): nata nel 1971, è una delle più famose attrici e registe iraniane. Ha vinto il premio come migliore attrice al Festival di San Sebastian e al Festival di Nantes nel 1992 per il film Sara di Dariush Mehrjui. Ha lavorato in più di 25 film vincendo premi nazionali e internazionali. È stata membro in diverse giurie, tra le quali Cannes, Berlino, Locarno.

Sahar Ahmadpour (Setareh): nata nel 1992 a Teheran, non è un’attrice professionista e questa è la sua prima apparizione in un film.

Amir Aghaei (Jalal): nato nel 1975, ha iniziato la sua carriera come attore professionista nel 1995. Ha recitato in più di 12 film e in diverse serie tv e spettacoli. È attore, scrittore, pittore e fotografo.

Borzou Arjmand (Esmail): nato nel 1975, è laureato in recitazione, ed è apparso nel suo primo film nel 2000. È un attore molto noto nel cinema iraniano, ha recitato in vari film e in più di 20 serie tv.

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A Dragon Arrives

“Un film denso, ludico, affascinante, e molto cinematografico.”
(Internazionale)

A Dragon Arrives! è un film misterioso e molto divertente, una storia di fantasmi e un detective dal carattere duro, miscelati con un tocco di Indiana Jones.”
(The Hollywood Reporter)

Iran, 22 gennaio 1965. Il primo ministro Hassan Ali Mansour, è stato ucciso il giorno prima da un attentatore con un colpo di pistola davanti al parlamento. Il detective Babak Hafizi, agente della Savak, la temibile polizia segreta dello shah, viene interrogato da un suo superiore su un caso sul quale era stato incaricato di indagare nell’isola di Qeshm tempo prima e rimasto irrisolto. Nel successivo flashback, una Chevrolet Impala di uno sgargiante calore arancione, guidata da Hafizi, cammina veloce su una pista dell’isola di Qeshm, nel Golfo Persico, in direzione di un antico cimitero che le leggende dell’isola vogliono maledetto. Qui, in un alloggio di fortuna ricavato da un ex galeone che soldati portoghesi vi avevano trascinato secoli prima, un prigioniero, confinato nell’isola per crimini politici, pende dalla corda con la quale si è tolto la vita. Intorno a lui, lungo tutte le pareti, brani di una storia, che risulterà poi essere un diario, e simboli sconosciuti. Ad attendere Hafizi c’è un suo collega della Savak, incaricato di sorvegliare il prigioniero da vicino, compito che evidentemente non ha svolto a pieno. Non solo, nonostante il corpo mostri chiari segni di strangolamento, l’uomo insiste sulla tesi del suicidio, premendo per una rapida chiusura del caso. Il giovane Hafizi, forse già stregato dalla bellezza incantata del luogo – una valle nel cuore desertico dell’isola, cosparsa di canyon corrosi dal vento e bucherellati da caverne e buie cave sotterranee – e dal mistero che sente aleggiare su quella morte (perché è stato ucciso il prigioniero? Cosa racconta il diario? Chi è il pescatore-guaritore con il quale il suo collega intrattiene un ambiguo rapporto? E dov’è finita la figlia del guaritore, Halimeh?), decide di passare lì la notte, facendo seppellire prima il prigioniero morto. A nulla valgono i tentativi di dissuaderlo del custode del cimitero che gli racconta terrorizzato dei terremoti che in quella parte dell’isola si verificano ogni volta che un morto viene interrato. La terra – dice l’uomo – quando viene squarciata non vuole più rinchiudere la sua bocca, a meno che non divori qualcuno. Affascinato più che scettico, il detective resta e nel cuore della notte assiste a un terribile terremoto che tocca effettivamente solo l’area del cimitero. O forse, come sostengono nell’isola, è il drago – metafora di un ancestrale male oscuro che affligge un paese dalla storia troppo lunga – che si nasconde sotto le tombe e scuote la crosta rugosa dell’isola e i destini degli uomini. Da qui l’inizio di una storia che, come le montagne russe della fantasia sul cinema di Haghighi bambino, trascina lo spettatore in un vortice di generi (spy-story, mystery, ghost-story, western, thriller politico), citazioni cinematografiche (meraviglioso il cappello alla Marlowe indossato dal protagonista) non meno intricati delle leggende, i simboli, i riferimenti alla storia recente e meno recente dell’Iran, all’orrore ancora vivo dei crimini della Savak. Quella Savak che, con uno spostamento temporale spiazzante, come tanti altri momenti di questo film, il regista evoca in relazione a un evento che ha coinvolto un tecnico del suono di un film di suo nonno, Ebrahim Golestan, dal titolo Mattone e Specchio, alcuni spezzoni del quale sono inseriti in questa pellicola. Il tecnico era sparito all’improvviso nel nulla, come in quegli anni succedeva a tanti e si era vociferato di un intervento della polizia segreta. Il mistero, di cui Haghighi è venuto a conoscenza, così ci dice nel film, ritrovando in maniera fortuita a casa del nonno una cassetta contenente documenti sul caso e alcuni misteriosi oggetti, sembra adesso destinato ad essere risolto attraverso il film che lo spettatore sta guardando. Al pubblico la scelta di crederci.

IL REGISTA

Mani Haghighi (Teheran, 1969), nipote di Ebrahim Golestan, mitico fondatore del cinema moderno iraniano, e figlio di un grande operatore cinematografico, racconta di aver deciso di fare il regista a cinque anni, colpito sul set dalla visione del nonno seduto dietro una camera installata su una giraffa altissima che si stagliava contro l’azzurro del cielo. Quella fantasia, il cinema come un inebriante giro su un’alta montagna russa – questo era sembrata la giraffa ai suoi occhi di bambino – non l’ha più abbandonato e, terminati gli studi di filosofia in Canada, ha fatto immediatamente ritorno in Iran per realizzare il suo sogno. Il successo è arrivato subito, già con il primo film Abadan, del 2003, premiato al Tribeca Film Festival. Nel 2006 ha ricevuto il Premio Speciale della Giuria al Festival dei Tre Continenti di Nantes per la sceneggiatura di Fireworks Wednesday, il fortunato film di Asghar Farhadi. Prestigiosi riconoscimenti ha ricevuto anche il suo secondo film Men at work (2006), un’ironica commedia su quattro amici che si ostinano a voler rimuovere un enorme masso dalla loro strada, quasi come simboleggiasse i loro problemi di quarantenni. Scritto da Abbas Kiarostami e interpretato da un cast di eccezione, il film è stato premiato all’Asian Film Awards di Hong Kong e al Festival di Fajr di Teheran. Dopo un terzo film, Canaan, del 2008 e due documentari dedicati al grande regista Dariush Mehrjui, Haghighi ha girato A Modest reception, un thriller psicologico, sofisticato e brillante, che esplora il lato oscuro della natura umana, premiato al Festival del Cinema di Berlino, al Festival di Varsavia e al Cinefan Festival di Delhi. Mani Haghighi è anche un attore molto apprezzato. Oltre ad aver recitato in alcuni dei suoi film, tra cui A Modest reception, è stato uno degli interpreti di About Elly di Farhadi e di Melbourne di Nima Javidi.

GLI INTERPRETI

Amir Jadidi (Babak Hafizi, il detective): maestro di tennis dal fascino alla Cary Grant, è una new entry del cinema iraniano. Un suo cliente che lavorava nel cinema l’ha convinto a recitare, ed è nata una stella.

Homayoun Ghanizadeh (Behnam Shokouhi, il geologo): regista e attore di teatro. Mani Haghighi l’ha visto recitare il ruolo della madre in The Beauty Queen of Leenane di Martin McDonagh e l’ha voluto nel suo film.

Ehsan Goudarzi (Keyvan Haddad, il tecnico del suono): Pochi mesi prima di iniziare il film, Haghighi è venuto a sapere di un attore bravissimo che aveva messo in scena in un bagno pubblico abbandonato di Teheran, un suo monologo. È andato a sentirlo ed Ehsan è diventato Keyvan Haddad, l’uomo da cui la storia narrata prende il via.

Kiana Tajammol (Shahrzad Besharat):  artista, fotografa. Ha studiato Nuova tecnologia dell’Arte presso l’Accademia di Brera.

Nader Fallah (Almas, il guaritore): ha già lavorato con Mani Haghighi nel suo precedente film A modest reception.

 

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Testi  gentilmente concessi da Academy Two, a cura di Felicetta Ferraro (esperta di storia, società e cultura dell’Iran, presidente dell’Associazione Ponte33)