Sabato 17 luglio, doppia serata “Verso Il Cinema Ritrovato”

16/07/2021

Sabato 17 luglio, doppia serata “Verso Il Cinema Ritrovato” in Piazza Maggiore, il cine-concerto con il film muto Quel certo non so che alla LunettArena, il restauro di Una bella grinta di Giuliano Montaldo.

Siamo in cammino Verso Il Cinema Ritrovato con la doppia serata di sabato 17 luglio: alle ore 21.45, in Piazza Maggiore, c’è It – Quel certo non so che, film muto diretto nel 1927 da Clarence G. Badger, con una meravigliosa Clara Bow, accompagnato dal vivo dagli Sprockets.

E sempre alle ore 21.45, ma alla LunettArena, il restauro del “bolognese” Una bella grinta diretto nel 1965 da Giuliano Montaldo, che presenterà il film in video.

*****

Sotto le stelle del cinema
Sabato 17 luglio, ore 21.45

Piazza Maggiore
QUEL CERTO NON SO CHE (It, USA/1927) di Clarence G. Badger (72’)
Accompagnamento musicale live degli Sprockets

Come Il grande Gatsby, It è un’opera squisitamente anni Venti, seppure qualche gradino più in basso sulla scala sociale. Senza Clara Bow sarebbe una commedia romantica piacevole anche se dalla trama un po’ esile, ma con lei diventa un film capace di riassumere un decennio. I capelli a caschetto, i cappelli a cloche, le labbra a cuore, le auto veloci, gli yacht e il luna park di Coney Island erano manifestazioni esteriori, ma negli anni Venti c’era un’atmosfera indefinibile che aveva a che fare con la città, la rottura generazionale, la libertà, la giovinezza, il successo, la mobilità e il materialismo. Al centro del successo personale negli anni Venti c’era It, “quel certo non so che”. Elinor Glyn, autrice del romanzo da cui è tratto il film, lo definì come “la qualità, posseduta da alcune persone, che attira tutti con la sua forza magnetica”. Clara Bow, che interpreta Betty Lou, una commessa in un grande magazzino che si è ripromessa di sposare il suo capo, quel certo non so che ce l’ha eccome. Lo sappiamo perché l’amico sciocco di lui, Monty (William Austin), si porta nel negozio una copia di “Cosmopolitan” in cui è pubblicato a puntate il romanzo di Elinor Glyn e cerca tra le ragazze gli indizi della magica qualità. Quando vede Betty Lou la riconosce subito, e quando Betty Lou vede il suo capo, Cyrus Waltham, anche lei riconosce qualcosa in lui. Una buona dose di comicità deriva dal fatto che lui non la vede nemmeno. Ma non importa, perché quando Clara Bow è sullo schermo non è possibile guardare altrove. È seducente, vivace, civettuola senza essere pericolosamente sexy, un’adorabile gattina. La scena in cui porta Waltham ad assaporare i piaceri proletari di Coney Island sembra tutta pensata per mostrare di lei più di quanto si vedrebbe normalmente. Betty Lou è piacevolmente risoluta quanto si tratta di soccorrere un’amica in difficoltà assediata da benefattori che vogliono toglierle il bambino. Betty dice che il bambino è suo, causando l’equivoco che porta Waltham a offrirle protezione senza sposarla. Lei giustamente si indigna, perché come Millie dell’omonimo film di George Roy Hill (1967), un pastiche sui ruggenti anni Venti parzialmente ispirato a It, Betty Lou è davvero una brava ragazza all’antica. Spetta all’amico sciocco mettere le cose in chiaro, ma non prima che lei abbia avuto la possibilità di sferrare un grintoso gancio sinistro alla signorile fidanzata di Waltham, definita “una bionda come altre diciotto milioni”. Alla bionda tocca Monty, che è privo di It, mentre la ragazza con la marcia in più ottiene il suo uomo. (Bryony Dixon)

*

LunettArena
UNA BELLA GRINTA (Italia/1965) di Giuliano Montaldo (100’)
Restaurato in 4K nel 2020 da Cineteca di Bologna in collaborazione con Surf Film, SEAC, RTI-Mediaset e Infinity, con il contributo di Ministero della Cultura, presso il laboratorio L’Immagine Ritrovata
Introduce in video Giuliano Montaldo

Qualche anno dopo Tiro al piccione il produttore-partigiano Giuliani mi chiese generosamente se volevo fare Una bella grinta, da un’idea sua e di Lucio Battistrada. Ma i soldi erano… diciamo che non erano. Il film costò, a copia-campione, venti milioni. Soldi effettivamente spesi per la lavorazione: non più di sei-sette milioni. Anche per l’epoca, erano cifre ridicole. Una bella grinta è un film che oggi mi piacerebbe rifare – magari ambientandolo nel mondo della cosiddetta new economy – perché mi sembra non abbia perso di attualità: parlava del neocapitalismo rampante, e un po’ pazzo. Il protagonista era un tizio ambizioso, che abbandona la campagna emiliana dove è nato e cresciuto e costruisce una fabbrichetta lungo l’Autostrada del Sole. E l’idea è proprio quella: non c’è una base produttiva, non c’è una vera sostanza industriale, c’è solo l’idea che avere la fabbrica al bordo dell’autostrada assicuri visibilità, pubblicità, ricchezza. È puro marketing. Il film ebbe ottime critiche e nessuno lo vide, nemmeno la mia mamma. Girammo a Bologna, una città di grande ospitalità e disponibilità. Il protagonista era Renato Salvatori, poi doppiato dal bolognese Raoul Grassilli. Alcuni attori furono trovati letteralmente un attimo prima di girare: quando vedevamo qualcuno con una faccia che ci piaceva, lo bloccavamo anche in mezzo alla strada e gli dicevamo: “Lei che fa, dove va? Si fermi un attimo con noi a fare il cinema”. Quando finivano i soldi, Renato Salvatori veniva in soccorso: passava una notte a giocare a poker – aveva una faccia da poker stupenda – e il giorno dopo potevamo pagare i conti. Renato era un divo, reduce da Poveri ma belli, dai Soliti ignoti, da Rocco e i suoi fratelli, ma non era nato ricco, sapeva cosa vuol dire lavorare ed era pronto a qualunque cosa. Si impegnava molto, era generoso, aveva davvero una “bella grinta”. La cosa curiosa, a ripensarci, è che il film venne invitato al festival di Berlino, con grande sorpresa per tutte le cosiddette major italiane, e andò pure molto bene, vincendo il premio speciale della giuria e il premio del Senato.

(Giuliano Montaldo in Alberto Crespi, Dal Polo all’equatore. I film e le avventure di Giuliano Montaldo, Marsilio, Venezia 2005)