Corpus Christi

(Polonia-Italia/2020) di Jan Komasa (115')
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Daniel è un ventenne che vive una trasformazione spirituale mentre sconta la sua pena in un centro di detenzione. Daniel vorrebbe farsi prete ma questa possibilità gli è preclusa per via della sua fedina penale. Uscendo dal centro di detenzione, gli viene assegnato un lavoro in una piccola città di provincia, ma al suo arrivo una serie di equivoci lo porta ad essere scambiato per un sacerdote e ad iniziare così a professare nella parrocchia del paese. La comparsa di questo giovane e carismatico predicatore diventa l’occasione per la comunità, scossa da una tragedia avvenuta qualche tempo prima, per cominciare a rimarginare le sue ferite.

“Gli occhi azzurrissimi di Daniel ardono di ghiaccio, di fede e di dolore. È il protagonista di Corpus Christi di Jan Komasa, storia polacca del risveglio spirituale di un giovanissimo ex detenuto che vuole diventare sacerdote ma l'entusiasmo della sua fede non basta a pulire i peccati che macchiano la sua fedina penale. Il sacerdote del carcere da cui tanto ha imparato glielo dice a chiare lettere: rifatti una vita, ma non da prete. E lo spedisce in una segheria di ragazzi da riformare (a chi ama i Dardenne verrà da pensare alla falegnameria de Il figlio). L'occasione fa l'uomo ladro e un imprevisto spinge Daniel a fingersi prete, diventando così il pastore, enigmatico e amato, di una piccola comunità. Al di là del bene e del male, extraterrestre dell'assoluto, imboscato per redimersi e rinascere, Daniel si trova a governare, confessioni e battesimi compresi, un paesino lacerato da un lutto collettivo non elaborato: la morte, per incidente stradale, di un gruppo di ragazze e ragazzi del posto. È passato del tempo, ma il dolore e la rabbia dell'intero villaggio continuano ad accanirsi contro la vedova dell'uomo ritenuto responsabile dell'incidente, facendone una reietta. La fede di Daniel, la sua conoscenza del male e dell'infelicità, riescono a portare negli altri la pace di chi ha attraversato il dolore. Senza saperlo, Daniel è un guaritore ferito che promuove forme di giustizia riparativa, elaborazione del lutto o anche semplice vicinanza a chi si è smarrito. «Signore, anche se non ci sei ugualmente proteggi e assisti me e i miei». Poteva essere una storia scontata e invece è un viaggio al termine della notte, il turbamento che pende sopra l'abisso su cui siamo sospesi. Accade a molti credenti e a quel prete di una poesia di Giorgio Caproni che pregava «non perché Dio esiste, ma perché Dio esista».”

Vittorio Lingiardi, “La Repubblica”

“In uno dei romanzi più controversi di Graham Green, Il potere e la gloria, il protagonista è un prete sacrilego, alcolizzato, godurioso e incapace di pregare; uno stato di abiezione che non gli impedisce comunque, braccato dai fedeli, di somministrare l’eucaristia e di perdonare i peccati. Perché Dio, scriverà padre Doncoeur nel recensire il romanzo sulla rivista Études, “è più forte della nostra miseria”. 
Sul mistero e lo scandalo del sacerdozio, figlio del mistero dell’incarnazione, che ha il potere di trasformare ogni cosa, melma compresa, in una sorgente di acqua pura, si interroga pure Corpus Christi, terza e migliore regia del polacco Jan Komasa, riconosciuta anche dalla recente candidatura agli Oscar come film straniero. Qui il prete è abusivo. Un avanzo di riformatorio, un ventenne dal nome e il destino profetico, Daniel, uscito dalla casa di correzione per provare a intraprendere un percorso di riabilitazione in una segheria. Si ritrova invece – un po’ per gioco e un po’ per vocazione – con la casacca da sacerdote indosso, grazie alla quale si spaccerà (con successo) come ministro della fede di una comunità rurale orgogliosa e intimamente ferita. (…). Un film cristiano, non confessionale né necessariamente cattolico. C’è di che riflettere per credenti e non. E l’emozione di un finale in crescendo. Felicemente aperto.

Gianluca Arnone, “Cinematografo.it”