Ginger e Fred

(Italia-Francia-RFT/1985) di Federico Fellini (125')

Regia: Federico Fellini. Soggetto: Federico Fellini e Tonino Guerra. Sceneggiatura: Federico Fellini, Tonino Guerra, Tullio Pinelli. Fotografia: Tonino Delli Colli. Montaggio: Nino Baragli, Ugo De Rossi, Ruggero Mastroianni. Musica: Nicola Piovani. Scenografia: Dante Ferretti. Interpreti: Giulietta Masina (Ginger), Marcello Mastroianni (Fred), Franco Fabrizi (presentatore), Frederick Ledenburg (ammiraglio), Martin Maria Blau (aiuto regista), Augusto Pederosi (travestito). Produzione: Alberto Grimaldi per P.E.A. / Revcom Films in associazione con Les Films Arianne, FR3 Films Productions, Stella Film, Anthea, Rai Uno. Durata: 125’
Copia proveniente da Cineteca di Bologna per concessione di Alberto Grimaldi e RAI-Radiotelevisione Italiana

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Ginger è un personaggio che mi è caro perché vive in una società come quella di oggi coi suoi lati meravigliosi ma anche con le sue solitudini e le sue angosce. E ha un rapporto con la vita moderna, con gli atteggiamenti dei giovani e con le mode, con la televisione in particolare, che è lo stesso rapporto di tutta la mia generazione, fatto di sorpresa, accettazione ma anche di un po’ di malinconia e disagio. Interpretarla può sembrare molto semplice, e invece, non avendo una storia a tinte forti comiche o drammatiche ma essendo fatta tutto di sottintesi, stati d’animo, piccoli cambiamenti, forse è stato uno dei ruoli più difficili della mia carriera.

Giulietta Masina

 

Fellini vive su tre filoni della sua immaginazione: la memoria, l’analisi di costume, il grottesco. Talora li fonde insieme, talora li specifica, li accentua, li fa diventare la dominante di un singolo film. […] Questi filoni sono tutti e tre presenti in Ginger e Fred. Anzitutto la memoria della sua, e nostra, giovinezza, e dei miti di allora (di cui è vittima, senza l’ironia dell’autore, lo stesso personaggio del presidente televisivo) e, in questo film, anche la memoria dei due protagonisti, che si fanno per così dire portavoce della nostalgia dell’autore. In questo film, più che in altri, la memoria assolve, ed è assolta, di fronte alla volgarità del presente. Davanti alla tenerezza del loro ricordo, il grottesco accerchia, minaccia, offende ma non tocca Fred e Ginger e la loro purezza.
Quanto ad analisi di costume, apparentemente ce ne dovrebbe essere molta in un film come questo, che appunto vuole mostrare l’invadenza, l’ingordigia, la vacuità, la crudeltà della civiltà televisiva e dei consumi che essa incoraggia. Eppure – e questo è l’aspetto curioso di questo film, peraltro bellissimo – costa fatica definirlo un film di costume sulla televisione. […] Non appena si entra nell’universo televisivo, Fellini preme il pedale del grottesco, e sembra premerlo senza riserve, con odio esplicito, e virulenza. Si capisce certo che Fellini sta parlando della televisione, e della forma invadente che essa ha assunto negli ultimi anni, e del grande spettacolo contenitore in cui si allineano lo scrittore, il parlamentare, il freak, il mutilato, il nano, il ballerino, l’eroico ammiraglio, tutti ridotti a carne da spettacolo, anzi da avanspettacolo, perché lo spettacolo vero è quello degli inserti pubblicitari, grondanti grasso e sugo, viscidi spaghetti e mortadelle artificiali

Umberto Eco

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