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Lunedì
21 Giu 2021

Il cattivo poeta

(Italia/2020) di Gianluca Jodice (106')
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Incontro con Gianluca Jodice

1936. Giovanni Comini è stato appena promosso federale per volere del suo mentore, Achille Starace, segretario del Partito Fascista e numero due del regime. Comini viene subito convocato a Roma per una missione delicata: dovrà sorvegliare Gabriele d'Annunzio. Il Vate, il poeta nazionale, negli ultimi tempi appare contrariato, e Mussolini teme possa danneggiare la sua imminente alleanza con la Germania di Hitler. Comini deve metterlo nella condizione di non nuocere.

“C'è del vero in quanto dice Sergio Castellitto: il suo cranio rasato sul serio, l'opulenza suggestiva e decadente del Vittoriale, le battute di dialogo desunte da documenti e carteggi, be' tutto ciò contribuisce a fare del film Il cattivo poeta un'opera prima di notevole spessore. Un debutto tardivo, fors'anche per questo meditato. Il regista e sceneggiatore Gianluca Jodice, napoletano, 47 anni, custodisce studi di filosofia e ha scelto con cura, pure con una certa audacia, l'argomento in questione, cioè gli ultimi anni di vita di Gabriele D'Annunzio (1863-1938); sì il poeta "immaginifico", detto anche carduccianamente "il Vate", l'autore di libri come "Il piacere" e "L'innocente", l'inventore di parole come "fusoliera" e "tramezzino", l'eroe della Grande Guerra, il controverso comandante dell'impresa di Fiume (1919), l'esteta vizioso e cocainomane a lungo legato al fascismo italiano benché fosse nota la sua rivalità quasi antropologica prima che politica nei confronti di Mussolini. Il cattivo poeta non è quindi una cine-biografia, bensì un punto di vista crepuscolare sull'ultimo pezzo di vita di D'Annunzio, forse il più malinconico e scorticato, in una chiave che può ricordare, nel sentimento evocato e nelle dinamiche psicologiche, Hammamet di Gianni Amelio o N - Io e Napoleone di Paolo Virzì. Che cosa fa infatti Jodice? Parte dal 1936, sulle note impertinenti della canzoncina “Ma cos’è questa crisi?” di Roberto De Angelis, per rievocare lo strano incontro tra l’appena nominato federale di Brescia, il giovane Giovanni Comini, e il 74enne poeta da anni “esiliato” nella lussuosa dimora di Gardone Riviera, quasi un mausoleo, una sorta di sito “archeologico”, sotto l’occhiuto controllo del Regime che non lo ama più e anzi diffida di lui. (…) Il film, racchiuso nell’arco temporale del biennio 1936-1938, ricostruisce l’inatteso legame, un po’ paterno e un po’ filiale, che si sviluppa tra i due uomini: l’uno anziano, irascibile e ormai rassegnato; l’altro giovane, inebriato e già un po’ sconfitto. (…)
Ben illuminato da Daniele Ciprì, non a caso lo stesso direttore della fotografia di Vincere, il film di Jodice si inoltra con una certa finezza, e qualche rara sottolineatura di troppo, nelle contraddizioni del giovane federale, il quale finirà col rispecchiarsi almeno un po’ negli occhi stanchi dell’esausto poeta, specie dopo un evento luttuoso che lo metterà in crisi (il vero Comini alla fine dei giochi fu espulso dal Partito). Si vede che Castellitto, esibendo un misurato istrionismo vocale e gestuale, s’è cucito addosso il personaggio di D’Annunzio, colto in un momento cruciale dell’esistenza, quando neanche la “polverina bianca”, il ventre e i seni delle fanciulle, il saluto commosso dei veterani di Fiume riescono più a dargli una ragione per vivere. Francesco Patané incarna con misura il suo deuteragonista, o forse il vero protagonista della storia, cioè Comini, affascinato dal potere racchiuso nella divisa da Federale e tuttavia consapevole della china tragica presa dagli eventi. Ma tutta la composizione del cast appare ben congegnata nella ripartizione dei ruoli: da Tommaso Ragno a Massimiliano Rossi, da Fausto Russo Alesi a Lino Musella, da Elena Bucci a Clotilde Courau”.

Michele Anselmi, “CineMonitor”

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Lingua: italiano
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