H 21.30
Martedì
10 Ago 2021

L’armata Brancaleone

(Italia-Francia-Spagna/1966) di Mario Monicelli (120')
On the Road - Film in viaggio

Regia: Mario Monicelli. Sceneggiatura: Age, Furio Scarpelli, Mario Monicelli. Fotografia: Carlo Di Palma. Montaggio: Ruggero Mastroianni. Scenografia: Piero Gherardi. Musica: Carlo Rustichelli. Interpreti: Vittorio Gassman (Brancaleone da Norcia), Catherine Spaak (Matelda), Gian Maria Volonté (Teofilatto dei Leonzi), Enrico Maria Salerno (Zenone), Carlo Pisacane (Abacuc), Maria Grazia Buccella (vedova), Barbara Steele (Teodora). Produzione: Mario Cecchi Gori per Fair Film, Les Film Marceau. Durata: 120’

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Serata sostenuta da Altero

Il film era stato pensato qualche anno prima, come un progetto dell’effimera cooperativa Film Cinque: il fallimento di A cavallo della tigre aveva fatto accantonare questa e altre iniziative anche se il costumista Gherardi aveva già eseguito foto di prova per alcune comparse. Quello che per Monicelli è un soggetto ispirato al film Donne e soldati di Malerba e Macchi, per Age è un soggetto originale mutuato semmai da La sfida del samurai di Akira Kurosawa, soprattutto per quanto riguarda certe soluzioni visive, per il trucco e l’armatura dell’attore principale. Il tipo di ricostruzione storica slegata dalla solita retorica si fondava, per Monicelli, su due esempi cinematografici, Francesco giullare di Dio di Rossellini e 1860 di Alessandro Blasetti. In realtà, L’armata Brancaleone è un’operazione profondamente originale nel suo insieme, pur se frutto di molti spunti raccolti altrove. […] Il problema delle fonti è però, tutto sommato, secondario. A Monicelli interessa aggiungere un’altra pala alla ricostruzione nazional-popolare della storia italiana; e, contemporaneamente, ricreare su uno sfondo inedito il gruppo di piccoli perdenti che anima le sue opere meglio riuscite. Da questo punto di vista, anche l’invenzione della vulgata post-latina non è poi tanto distante dal gergo malavitoso di I soliti ignoti e dal successivo dialetto sportivo-spettacolare del delicato Temporale Rosy. E l’ambientazione storica rende più facile inserire quel senso di morte che sottende gran parte del cinema di Monicelli, soprattutto nella maturità e nella vecchiaia.

Steve Della Casa

 

Nell’Armata Brancaleone non volevamo far vedere l’Alto Medioevo che si raccontava a scuola, nei romanzi di Re Artù, della Tavola Rotonda… tutti belli, nei loro castelli. Tutto questo non era vero: il Medioevo era un’epoca selvaggia, ignorante, priva di cultura. […] In verità, il produttore Mario Cecchi Gori quando lesse la sceneggiatura non voleva fare il film. Diceva : “questo linguaggio non lo capisce nessuno, per chi lo faccio questo film?” e fu difficile convincerlo. Poi, quando uscì, il film ebbe un successo immediato perché piacque soprattutto ai ragazzini di 12, 13 anni. Fu un fatto sorprendente. In effetti a leggerlo era incomprensibile, recitato era invece molto efficace. […] La ricerca delle ambientazioni fu lunga anche perché l’allungammo appositamente, perché avevamo la possibilità di vedere un’Italia così bella, ancora superstite dalla modernità degli anni Sessanta. Sono le zone del Viterbese. Credo che ancora oggi siano rimaste così. Il castello del finale fu una scoperta fortuita, è tra la Puglia e la Calabria. Il castello è così come lo si vede nel film, è stato solo rimesso un po’ a posto perché era diroccato. A fianco c’era un paese con 300, 350 abitanti, molto poveri. Vi abbiamo girato l’arrivo dell’Armata di Brancaleone (che poi erano cinque uomini e un cavallo), ma non vi abbiamo cambiato niente, era così dal Medioevo. Oggi ci hanno costruito un villaggio turistico.

Mario Monicelli

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