L’uomo che verrà

(Italia/2009) di Giorgio Diritti (115')

Regia e soggetto: Giorgio Diritti. Sceneggiatura: Giorgio Diritti, Giovanni Galavotti, Tania Pedroni. Fotografia: Roberto Cimatti. Montaggio: Giorgio Diritti, Paolo Marzoni. Musica: Marco Biscarini, Daniele Furlati. Scenografia: Giancarlo Basili. Interpreti: Maya Sansa (Lena), Alba Rohrwacher (Beniamina), Claudio Casadio (Armando), Greta Zuccheri Montanari (Martina), Stefano Bicocchi (il Signor Bugamelli), Eleonora Mazzoni (la Signora Bugamelli), Orfeo Orlando (il mercante), Diego Pagotto (Pepe). Produzione: Aranciafilm, Rai Cinema. Durata: 115’

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Alcuni anni fa è iniziato un lungo lavoro di ricerca per realizzare un film che narrasse il dramma della strage di Marzabotto. A distanza di sessanta anni da quei tragici eventi tutto appare sfocato dal tempo, si sente il peso della storia, si avvertono ancora faziosità, differenti interpretazioni o strumentalizzazioni politiche. […] L’uomo che verrà vuol essere un film sulla guerra vista dal basso, dalla parte di chi la subisce e si trova suo malgrado coinvolto nei grandi eventi della storia che sembrano dimenticare le vite degli uomini. Un racconto cadenzato nei nove mesi d’attesa per la nascita di un bambino in un’umile famiglia di contadini: la loro speranza, filtrata dallo sguardo di innocente ingenuità, di stupore e di scoperta di Martina, la sorellina di 8 anni. Le vicende della guerra e della Resistenza si fondono man mano alla quotidianità in una faticosa convivenza che non intacca però il senso di speranza nel futuro e che pare ad una svolta positiva con l’imminente liberazione degli alleati. Ma gli eventi hanno un corso diverso e proprio il giorno in cui il bambino viene alla luce, le SS scatenano nella zona una strage. In questa tragedia disumana, la piccola Martina si rende protagonista di un percorso di speranza.

Giorgio Diritti

 

L’uomo che verrà è a parer mio un grande film. Lo è dal punto di vista della ricostruzione storiografica, che non riguarda solo la strage – culmine della sua narrazione – ma anche la vita quotidiana dei contadini (mezzadri) dell’Italia centrale fino agli anni del boom e dello spopolamento delle campagne. [...] Con un’attenzione alle piccole cose, alla lingua, agli ambienti, alle facce, ai gesti, ai lavori, ai cibi, agli utensili, agli usi quotidiani e alla mentalità contadina. La stessa precisione si sente nella ricostruzione della strage, che il regista ha elaborato studiando i documenti, intervistando i sopravvissuti. [...] È un film che vuole andare al cuore delle cose attraverso la lenta, precisa, luminosa descrizione di ambienti e di comportamenti. La luce e la natura vi hanno dunque la stessa rilevanza dei volti e dei gesti delle persone. E la fluidità bensì asciutta, a tratti scandita del montaggio, la presenza mai inopportuna e invadente com’è d’uso nel nostro cinema non d’autore e anche in quello d’autore, della musica che qui invece interviene solo quando l’azione si innalza, ad exemplum oppure si addensa in tragedia, ed è allora di improvvisa sacralità. [...] L’occhio attraverso il quale noi seguiamo gli eventi è quello di una bambina sugli otto anni (che ha il volto puro e intensissimo della piccola Greta Montanari), muta per trauma e per scelta da quando il fratellino è morto in fasce. Se le parole che gli attori (che non sembrano neanche tali, tanto appaiono come nobilitati dal ruolo e dal coro) pronunciano sono nel duro dialetto bolognese di ieri, sono però le immagini a contare: senza forzature simboliche, è però con gli occhi di una muta che ci si aiuta a vedere. L’uomo che verrà del titolo è dunque il fratellino che crescerà nella pace ma avendo alle spalle i lutti, l’orfanità che ogni guerra ci fa ereditare, ma è anche un’idea di futuro possibile, di un futuro senza più guerre e senza più l’ingiustizia e l’avidità che ne sono all’origine. È la guerra il tema del film, la sua brutalità e insensatezza, la sua terribile, feroce gratuità, inutilità.

Goffredo Fofi

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