H 21.45
Giovedì
22 Lug 2021

Minari

(USA/2020) di Lee Isaac Chung (115')
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Jacob, immigrato coreano, trascina la sua famiglia dalla California all'Arkansas, deciso a ritagliarsi la dura indipendenza di una vita da agricoltore negli Stati Uniti degli anni '80. Sebbene Jacob veda l'Arkansas come una terra ricca di opportunità, il resto della sua famiglia è sconvolto da questo imprevisto trasferimento in un fazzoletto di terra nell'isolata regione dell'Ozark.

- Vincitore del Premio Oscar per la migliore attrice non protagonista (Yoon Yeo-jeong)
- Vincitore del Golden Globe 2021 per il miglior film straniero

“Il terreno è arido, la casa ha le ruote, gli uragani sono frequenti, il vicino è un matto che però lavora sodo e forse vuol farsi perdonare la guerra di Corea trascinando ogni domenica un'enorme croce per i campi... Si capisce che mamma Monica non sia entusiasta della nuova vita voluta da suo marito Jacob. Ma il richiamo del sogno americano vale anche per quella famigliola di immigrati coreani che dopo dieci anni passati a separare pulcini maschi e femmine (e a risparmiare) ora cerca il suo posto al sole negli Usa di Reagan. In un gioco di specchi - i coreani visti dagli americani e viceversa - che accompagna come un sommesso ma toccante controcanto le vicende di questa minoranza tra le minoranze capace di rendere nuovo e sorprendente ciò che credevamo di conoscere benissimo. L'America. E la vita di famiglia. Se pensate anche voi che la semplicità sia la più ardua delle virtù non perdete questo film candidato a sei Oscar che concilia in ogni scena il particolare e l'universale, l'eccentrico e il familiare, l'esotico e il quotidiano. Con una grazia così sottile che rischia di passare inosservata. Anche se far valere per l'intero film le ragioni di tutti i protagonisti senza farne prevalere nessuno, per mostrare invece i mille fili che li legano, esige un vero talento. Al centro di Minari - il titolo viene da una pianta tipica della cucina coreana che cresce benissimo anche in Arkansas - c'è infatti il rapporto prima conflittuale poi tacitamente complice tra il piccolo David, 7 anni, e quell'anziana appena sbarcata dalla madre patria che «non fa i biscotti, dice le parolacce, porta mutande da uomo», insomma «non sembra neanche una nonna», come sentenzia il nipotino. Anche se proprio la «puzza di Corea», parole di David, della nuova arrivata (l'attrice, strepitosa, è l'impronunciabile Yuh-jung Youn, unico Oscar tra le candidature), sarà l'ingrediente magico capace di tenere unita quella famiglia divisa fra i sogni di successo del capofamiglia e l'insofferenza di sua moglie. Con l'ansia per il soffio al cuore di David a complicare le cose. E qualche eco dichiarata dalla letteratura americana (Flannery O' Connor, Willa Cather) ad amalgamare invenzione e ricordi personali del regista. In un blend toccante e mai ricattatorio che risarcisce da tanti film urlati ma vuoti. Già nei cinema, per fortuna.”

Fabio Ferzetti, “L’Espresso”

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