H 21.30
Domenica
01 Ago 2021

Rifkin’s Festival

(Spagna-USA-Italia/2021) di Woody Allen (93')
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Dopo Un giorno di pioggia a New York, forse il malinconico addio di Woody Allen all’amata isola di Manhattan, il regista boicottato in patria approda nuovamente su suolo europeo, in Spagna. La cornice è quella del festival di San Sebastián, a cui Mort Rifkin, ex professore di cinema newyorkese in cerca d’ispirazione per il primo romanzo, prende parte con la moglie press agent. Gli ingredienti alleniani ci sono tutti: la memoria cinefila, la terapia psicanalitica, l’astinenza da Grande mela, la ronde d’intrecci amorosi. Ci bastino, per pregustarlo, le parole di Paolo Mereghetti: “l’ennesima dimostrazione dell’intelligenza cinematografica di Woody Allen, della sua idea di cinema come divertimento, come piacere, come gioco ma anche come riflessione e nostalgia”. Il protagonista Wallace Shawn (il nome forse non vi dirà molto, ma lo riconoscerete) esordì proprio in Manhattan ed è al sesto film con Allen. Accanto a lui, Gina Gershon e gli europei Louis Garrel, Sergi López e Christoph Waltz.

“E’ ammirevole la capacità di questo cineasta, oggi 85enne, nel mantenersi su un invidiabile livello artistico: per scrittura, situazioni, storie, messa in scena, ambientazioni, allusioni, profondità. (…) Come forse sapete, tutto succede durante il festival cinematografico di San Sebastian, un tempo molto seguito anche dalla stampa italiana. Nella ridente cittadina basca arrivano il settantenne Mort Rifkin e la moglie cinquantenne Sue: lui è un ex professore di cinema alle prese con la scrittura di un romanzo impossibile; lei è una piacente addetta stampa chiamata per curare l’immagine di un giovane regista francese engagé, Philippe, molto portato dalla critica. Naturalmente Mort sente odore di bruciato, gli appare subito evidente la tresca tra la consorte insoddisfatta e il pomposo parigino, ma decide di non fare scenate, anche perché nel frattempo si sta invaghendo di un’elegante medica spagnola. (…) Classica situazione “alleniana” da quartetto. E qui entra in gioco il cinema. In una chiave rischiosa, magari non proprio originale, ma ben orchestrata. Capita infatti che il povero Rifkin, pressato dagli eventi, sogni di “entrare” nei film della sua vita, s’intende tutti in bianco e nero. (…). La scelta è cinefila ma non troppo, in modo che il pubblico possa cogliere al volo le citazioni, pure sorriderci su. Naturalmente quei film, ricostruiti con elementi buffi o ironici, suggeriscono una lettura psicoanalitica, da cine-inconscio, dei patemi sofferti dall’ometto ebreo evidente alter-ego di Allen; e d’altro canto incipit ed epilogo vedono Rifkin di fronte a uno “strizzacervelli”. Una domanda finale racchiuderà tutto il senso di quanto abbiamo visto e sentito. Come spesso capita nelle commedie di Allen, che si parli di giovani, cinquantenni o anziani, lo sguardo sull’affannarsi dei sentimenti attinge a dinamiche  universali, e anche qui, come nel precedente Un giorno di pioggia a New York, l’artificio della cine-parodia serve ad addolcire un po’ la pillola, in modo da riequilibrare il pessimismo senile sulla natura umana, le strettoie dell’esistenza, l’irresolutezza dell’amore, la paura delle malattie. Una chitarra jazz alla Django Reinhardt fa da pimpante colonna sonora alla trasferta spagnola, mentre Vittorio Storaro si mette al servizio del regista senza strafare, ovvero restituendo con notevole cura la diversa grana dei bianco e nero evocati.”

Michele Anselmi, “CineMonitor.it”

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