Vampyr

(Germania-Francia/1932) di Carl Theodor Dreyer (70')

Regia: Carl Theodor Dreyer. Soggetto: da Carmilla e altri racconti di Joseph Sheridan Le Fanu. Sceneggiatura: Carl Theodor Dreyer, Christen Jul. Fotografia: Rudolf Maté, Louis Née. Montaggio: Tonka Taldy. Scenografia: Hermann Warm, Cesare Silvagni. Musica: Wolfgang Zeller. Interpreti: Julian West [barone Nicolas de Gunzburg] (David ‘Allan’ Gray), Henriette Gérard (Marguerite Chopin, il vampiro), Jan Hieronimko (il dottore), Maurice Schutz (il castellano), Sybille Schmitz (Léone), Rena Mandel (Gisèle), Albert Bras (il domestico), N. Babanini (sua moglie), Jane Mora (l’infermiera). Produzione: Carl Theodor Dreyer, barone Nicolas de Gunzburg per Carl Theodor Dreyer Film Production, Tobis-Melofilm GmbH. Durata: 73’
Scansione 4K degli elementi di conservazione creati in occasione del restauro del 1998 realizzato da Deutsche Kinemathek e Cineteca di Bologna in collaborazione con ZDF/ARTE e Det Danske Filminstitut, presso il laboratorio L’Immagine Ritrovata

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Vampyr
(Germania-Francia/1932) di Carl Theodor Dreyer (70')
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Per Dreyer il vampirismo non è che un pretesto per delle variazioni personali, o meglio un trampolino per esprimere l’ossessivo rituale funebre che è alla radice della sua arte. Tradimento, si esclamerà. Forse. Ad ogni modo, quando ci avviciniamo a quest’opera capitale, che lo si faccia dalla prospettiva del vampirismo, della stregoneria, del misticismo, della passione sacra o profana, le parole e le immagini non hanno più lo stesso senso. Tutto precipita, cede o si sottrae. Non si tratta di un passaggio dal reale all’immaginario (come accade in Buñuel, Cocteau o Franju), ma di penetrazione progressiva in una sorta di mondo intermedio, di limbo dove gli ambienti, i paesaggi, i suoni non hanno più la stessa colorazione, la stessa struttura. Entriamo in un universo ovattato, livido, come rischiarato dalla luna, dove i soli punti di riferimento in teoria rassicuranti, ma che per contrasto finiscono per apparire quasi mostruosi, sono gli oggetti (tavole, lampade, brocche, libri di magia), bizzarre reliquie di una vita anteriore. Il riferimento all’estetica espressionista, sottilmente assimilata, l’apporto di decoratori come Jean Hugo e Hermann Warm, lo stile fotografico di Rudolph Maté (luce radente) non sono sufficienti a spiegare questo totale spaesamento, unico nella storia del cinema. [...] Per amare Vampyr, basta insomma adottare il punto di vista della magia, perfino della pazzia pura e semplice. Non c’è dubbio che Dreyer fosse folle. Folle come Novalis, Swedenborg, Chamisso e Achim von Arnim. Incapace di vedere il mondo così com’è ma deformandolo insidiosamente, cingendolo di un’aura fatta di una strana nebbia lattiginosa. In fondo, Dreyer forse non era che un artista intento a scolpire con amore i suoi sogni.

Claude Beylie

 

Il film di Dreyer esige molto dal suo compositore, che deve fare da narratore lirico in un film praticamente privo di suoni e dialoghi. È l’esatto opposto del Dracula girato da Browning solo un anno prima, che è tutto dialoghi e suoni ma privo di colonna sonora originale. Wolfgang Zeller (1893-1967), le cui radici cinematografiche affondano in Achmed, il principe fantastico (1926) di Lotte Reiniger, conosceva bene il linguaggio musicale del cinema muto. La partitura accompagna con intensità 71 dei 73 minuti di Vampyr, sottolineando febbrilmente il cupo paesaggio di Dreyer con trascinanti passaggi lirici ed eterei, nonché con recitativi straordinariamente efficaci che sospendono la musica permettendo al film di accogliere il primo tentativo di Dreyer con il sonoro.
Tuttavia, i rari dialoghi fungono in sostanza da effetti sonori – come lo scricchiolio di una porta, il gracchiare di un corvo – e fanno poco per l’avanzamento della trama. È la musica a svolgere quel compito. Infatti la maggior parte degli effetti sonori fu eseguita proprio dall’orchestra, e appare nello spartito. Ciò detto, sulla carta manca ancora molto. Mentre dirigeva la sessione di registrazione Zeller introdusse un’enorme varietà di cambiamenti di tempo, misure di ripetizione, note cancellate e sostituzioni di strumenti. […] Non avendo mai riproposto la composizione, Zeller archiviò il manoscritto, che finora non era mai stato ascoltato dal pubblico in una performance dal vivo.

Timothy Brock

 

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Un chien andalou
(Francia/1929) di Luis Buñuel (21')
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Regia: Luis Buñuel. Sceneggiatura: Luis Buñuel, Salvador Dalí. Fotografia: Albert Duverger. Montaggio: Luis Buñuel. Scenografia: Pierre Schildknechtò. Interpreti: Luis Buñuel (l’uomo col rasoio), Pierre Batcheff (il ciclista/l’uomo), Simone Mareuil (la ragazza), Jaime Miravilles, Marval (due preti), Fano Messan (l’androgino), Robert Hommet (l’uomo della spiaggia). Produzione: Luis Buñuel. Durata: 25’
Copia proveniente da La Cinémathèque française per concessione di Les Grands Films Classiques. Restaurato da La Cinémathèque française e Filmoteca Española in collaborazione con Les Grands Films Classiques presso il laboratorio Hiventy. Con il contributo di Creative Europe nel contesto del progetto ‘A Season of Classic Films’ promosso dall’Association des Cinémathèques Européennes

Un chien andalou nacque dall’incontro fra due sogni. Appena giunto a Figueras, da Dalí, invitato a passarci qualche giorno, gli raccontai che avevo sognato da poco una nuvola lunga e sottile che tagliava la luna e una lama di rasoio che spaccava un occhio. Lui mi raccontò che la notte prima aveva visto in sogno una mano piena di formiche. Aggiungendo: “E se dai due sogni ne cavassimo un film?”. La sceneggiatura fu scritta in meno di una settimana secondo una semplicissima regola adottata di comune accordo: non accettare alcuna idea, alcuna immagine in grado di portare a una spiegazione razionale, psicologica o culturale. Aprire le porte all’irrazionale. Accogliere soltanto le immagini che ci colpivano, senza cercar di capire perché.

Luis Buñuel

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