Apollo 18 | Visioni Acquatiche

È curioso: la finissima polvere che ricopre il suolo lunare ricorda molto da vicino la sabbia terrestre. E proprio sulla Terra, in una non ben identificata spiaggia della Penisola, avviene la collisione di due mondi, lontani e diversi solo in superficie. Prodotto da Gotham in collaborazione con LabTV625 e distribuito da Associak Distribuzione, Apollo 18 (vincitore all’edizione del Torino Film Festival 2019 nella sezione “Cinema d’aQCua”) è diretto da Marco Renda, filmmaker con all’attivo nel suo carnet spot, cortometraggi e un lungometraggio.

Il film narra di una partenza e di un arrivo. In occasione del cinquantesimo anniversario dello Sbarco sulla Luna, un bambino, in sella alla sua bicicletta “truccata”, si prepara al lancio verso l’infinito per seguire le orme dei suoi eroi; poco distante, un migrante viene sputato dal mare. Un’impresa insperata e un’impresa disperata: il loro incontro non potrà che essere allora, come annunciato dallo speaker, “un’epica impresa”. Il ragazzino sognatore pensa che l’uomo venga da lassù (“Lo sapevi che nell’acqua c’è la stessa gravità che c’è sulla Luna?”), l’uomo pensa che il ragazzino sia un po’ ingenuo (“Dove pensavi di andare con quel coso?”, commenta indicando la rudimentale piattaforma di decollo con sottile ironia, lui che ha affrontato l’impossibile per giungere sino a lì). Lingua, vissuto, speranze: i due protagonisti hanno ben poco in comune, tuttavia sarà sufficiente un contatto per capirsi nel profondo.

La regia di Renda, pur alternando riprese a mano a inquadrature fisse, spaziando dal primo piano al campo lungo (si ritaglia un posticino anche qualche immagine di repertorio), è asciutta e ariosa. La parsimoniosità scenica, cui sono concessi tocchi estetici d’altri tempi (gli occhiali del bambino, la bicicletta che – puntata al cielo – rimanda inevitabilmente al classico dei classici, E.T.) è esaltata dalla scelta del formato cinematografico. Una ratio di 2,39:1, alla Panavision, dove l’occhio può correre; dove lo sguardo, in tutti i sensi, è aperto. La colonna sonora, discreta ma ficcante, è curata da Ralf Hildenbeutel, assiduo frequentatore del piccolo schermo italiano.

Note in coda. La scelta del brano musicale Old Folks at Home, scritto nel 1851 e che fa capolino – pochi secondi appena – durante alcune scene di raccordo, non pare affatto casuale. Perché non si tratta di un semplice pezzo di repertorio statunitense: esso rientra nel novero delle minstrel song, ovvero un tipo di performance all’interno di spettacoli d’intrattenimento condotti da uomini bianchi in blackface. Inno dello Stato della Florida dal 1935 al 2008, esso è stato declassato a Canzone di Stato non prima di aver subito ampie rivisitazioni in termini di liriche.

Ecco dunque che un dettaglio all’apparenza trascurabile, en passant, diviene la chiave di volta per interpretare sotto una nuova luce l’opera di Renda. A una prima lettura, infatti, si coglie un lato malinconico della ballata che potrebbe accordarsi perfettamente al naufrago extra-terrestre: le difficoltà e la severità della vita (“All the world is sad and dreary/everywhere I roam”), la nostalgia di casa (“Still longing for my childhood station/And for the old folks at home”), l’infanzia ormai lontana (“When I was young/Then many happy days I squander’d). Se non fosse che, dal testo originale privo di rimaneggiamenti, che simula un “dialetto tipo” afroamericano, apprendiamo che a parlare è (si presume) uno schiavo e la piantagione è l’“agognata” terra d’origine.

Forse il regista sta sbeffeggiando noi “innocenti” spettatori, prendendo in giro al contempo una canzone scritta da dei bianchi per denigrare i neri? Oppure, procedendo per contrasti invisibili ai più, è un sottile lavoro di contrappunto? O ancora, forse l’intento è proporre un discorso più generale e complesso, per il quale il non-conoscere (a più livelli) è il vero ostacolo all’empatia nei confronti dell’altro?

Mediante il topos del viaggio (l’allunaggio, la peregrinazione dalle coste africane a quelle italiane, la tratta dall’Africa alle Americhe, il volo di fantasia del bambino), Renda realizza un film sulla scoperta: scoperta dei propri limiti (gioco/possibilità), scoperta della realtà (immaginazione/concretezza), scoperta del fuori da sé (io/tu). Per confrontarsi e dunque comprendersi, dice il regista, non occorrono rampe di lancio e missioni spaziali. Basta fare il primo passo.

di Sofia Tinti

Corso di alta formazione per la diffusione della cultura e del patrimonio cinematografico (Rif. PA. 2019-11896/RER/01 approvata con DGR n. 1277/2019 del 29/07/2019)