Documenti d'identità. Storie dal Premio Mutti

Il Premio Gianandrea Mutti rappresenta un unicum nel panorama cinematografico italiano non solo per modalità e artisti coinvolti, ma di riflesso per l’efficacia con la quale esorta lo spettatore a soffermarsi su alcuni aspetti, che fatalmente reiterano nella storia dei progetti vincitori. L’idea di sostenere il cinema pensato in Italia da migranti, anche se l’espressione risulta chiaramente limitante, ha prodotto opere che, pur portando alla ribalta produzioni diverse, sembrano ruotare attorno a nuclei tematici simili. Il Mutti non è quindi un semplice sostegno per artisti talentuosi, ma una sorta di termometro cinematografico di processi più ampi: percorsi di conoscenza di sé stessi, degli altri, del mondo. Tra questi senz’altro il tema dell’identità ricopre un ruolo principale e sembra essere la pietra fondante di quasi tutti i film più brillanti sostenuti dal Mutti. D’altronde qualsiasi definizione dai toni netti sul tema espone quasi inevitabilmente il fianco a contraddizioni ed assume spesso contorni superficiali, mentre crescere a cavallo tra due culture diverse porta più facilmente a un approccio diverso e a riflettere maggiormente sugli aspetti elusivi del termine.

Raccontare la propria particolare situazione di contaminazione per esaltarne l’unicità è, ad esempio, al centro de La Voliera, opera vincitrice del 2018 di Bagya Lankapura. Nel film il regista, di famiglia singalese residente a Napoli, sembrerebbe rigettare la fredda definizione di migrante di seconda generazione favorendo, piuttosto, l’idea di un’apertura di sé a trecentosessanta gradi: né napoletano, né singalese ma assieme il risultato di entrambi. La consapevolezza di essere né primi, né secondi, né terzi ma semplicemente gli ultimi rappresentanti, in ordine di tempo, di generazioni a confronto, ciascuna con le proprie influenze e un contesto mutevole di riferimento (come gli eritrei, di ieri e di oggi, nella Milano di ieri e di oggi, intervistati dalla vincitrice 2020 Ariam Tekle in Appuntamento ai marinai).

Questo approccio colpisce e, con ogni probabilità, può rappresentare una vera e propria rivelazione per lo spettatore abituato a meccanismi ingessati di catalogazione, come i dati riportati dalla carta d’identità, a loro volta soggetti spesso a normative ambigue. Raccontare sé stessi, il meccanismo non sempre facile di auto-riconoscimento, e talvolta di ricongiungimento, con la propria cultura di origine per mostrare non solo la normalità della contaminazione, ma assieme la ricchezza che porta in dote uno sguardo aperto, su di sé e verso gli altri: sono le esperienze che, unendosi alle caratteristiche uniche dell’individuo, formano l’identità sia per quanto riguarda giovani figli di immigrati che per chi è arrivato da solo, come ad esempio Dagmawi Yimer vincitore nel 2012 con Va pensiero, oggi membro della giuria. “Sono un immigrato etiope in Italia” dice di sé, con una definizione tanto semplice quanto profonda. È una riflessione su sé stessi e sulla propria storia che di per sé non vuol dire niente, ma insieme vuol dire tutto a seconda del contesto. E se il suo lavoro, così come quello degli altri artisti “muttiani”, non può che risentire direttamente dell’identità migratoria personale o famigliare, è interessante considerare come gli stessi  autori desiderino tuttavia sfuggire alla facile etichetta del “migrante che fa i film” ed il conseguente rischio di deriva retorica.

Altro tema interessante, che nel contesto del Premio Mutti beneficia l’osservatore della possibilità di un’angolazione particolare, è l’analisi del percorso di produzione di un’opera realizzata da un giovane autore, magari esordiente. Fare cinema in Italia, in generale, sembra meno semplice rispetto ad altri paesi a causa di politiche dai tratti inattuali e un sistema di distribuzione che tende a evitare il rischio di supportare opere che non rientrino nei parametri mainstream. Sono problematiche che appesantiscono l’entusiasmo di qualsiasi giovane autore, ma come spesso succede “alcuni esordienti sono più esordienti degli altri”. Quando sulla carta d’identità manca il requisito della cittadinanza italiana, ed eccoci al punto, fare cinema diventa un’impresa ancora più complicata: ad esempio per esclusioni automatiche dalla maggior parte dei bandi. Oppure capita spesso che, pur potendo dimostrare di essere cittadini italiani, si sia comunque vittima di reticenze a causa del suono straniero del cognome. C’è allora chi sceglie di partire e andare lontano, in posti dove l’integrazione non è considerato un problema da gestire, ma un dato di fatto da valorizzare. Come Mounir Derbal che a Londra è riuscito a trovare non solo uno spazio nel quale crescere personalmente, ma anche professionalmente accedendo con più facilità a finanziamenti da parte dell’università.

Oppure la storia produttiva di Bagya Lankapura ci offre un altro punto di vista, che ci insegna come spesso i collaboratori migliori possano essere le persone accanto a noi, a volte così vicine da non essere notate. Le riprese de La Voliera si trasformano allora in veri e proprio scambi culturali, dove la voglia di fare cinema e di stare assieme supera l’ostacolo della lingua. Oppure, durante le scene ambientate nella terra dei suoi genitori, in Sri Lanka, una troupe improvvisata ma coesa di amici si dimostra più efficace di un qualsiasi gruppo di professionisti. Non a caso la storia del cinema è piena di dilettanti e appassionati che, anche senza una formazione, trovano nelle immagini il modo migliore per raccontare le loro storie e il saper fare di necessità virtù pare accomunare molti autori del Mutti. I registi di origine straniera, che sovente rappresentano una classe sociale meno agiata, sono spesso costretti a formarsi direttamente sul campo, senza vantare nel proprio curriculum costosi corsi di color-correction o l’ultimo modello di videocamera 4k ultra hd, ma facendo loro quel rivoluzionario “Prenez une camera et descendez dans la rue che funse da totem per i registi del Sessantotto. Partire svantaggiati ai posti di partenza, nel loro caso, nasconde la potenzialità di una rincorsa che potrebbe facilmente superare chi trotterella ozioso davanti a loro.

Dare voce a questi autori e queste storie, che altrimenti correrebbero il rischio di rimanere chiuse in un cassetto, è il cuore del premio Mutti. Come un osservatore delle squadre di pallone, il Mutti ha l’ambizione di trovare per primo talenti grezzi con caratteristiche uniche da far concorrere nel campionato del cinema italiano. Un buon esempio può essere Dagmawi Yimer, uno dei primi vincitori, al quale il concorso ha consentito di girare il suo primo documentario Va pensiero e di conoscere professionisti del settore che l’hanno aiutato a fare del cinema il proprio lavoro. Perché il Mutti non è solo un supporto economico, pur importante, ma soprattutto un atto di fiducia: credere nelle potenzialità di una storia che deve essere ancora raccontata. Durante gli anni della gavetta le porte in faccia prevalgono su quelle aperte ed avere il coraggio di promuovere e sostenere un talento è un atto necessario per rinnovare un panorama troppo spesso statico. Questi autori portano con sé un bagaglio di esperienza duplice: la loro cultura di origine e quella italiana dove vivono; quello che il direttore della Fondazione Cineteca di Bologna, Gianluca Farinelli, definisce come un “doppio sguardo” che riesce ad andare oltre gli stereotipi, sterili categorizzazioni e a una visione del mondo eurocentrica.

Il Premio Mutti può ambire quindi a diventare un punto di partenza al quale guardare per seguire le orme di un percorso virtuoso già intrapreso da altri paesi. Tra le esperienze più felici di contaminazione tra culture viene alla mente il contributo al cinema tedesco di Fatih Akin, turco d’origine, oggi tra gli autori più apprezzati nei maggiori festival di tutto il mondo; oppure il lavoro degli esponenti della comunità beur francese, che tra gli anni Ottanta e Novanta hanno raccontato le storie dei figli degli immigrati magrebini, e non solo. Difficile immaginare quanto la storia del cinema sarebbe oggi diversa e infinitamente più povera se registi come  Frank Capra, Martin Scorsese o Michael Cimino avessero trovato degli ostacoli insormontabili per la produzione dei loro film proprio a causa della provenienza italiana delle loro famiglie. Rischiare di perdere di vista i potenziali omologhi di casa nostra vuol dire privarci di quelli che potranno essere tra i migliori rappresentanti del cinema italiano del futuro. L’Italia ha bisogno di un cinema fresco che non si limiti a ripiegare su immagini distorte della realtà quotidiana, ma che al contrario ne valorizzi la complessità e ricchezza.

di Anna Casula e Michele Belmessieri
Corso di alta formazione per la diffusione della cultura e del patrimonio cinematografico (Rif. PA. 2019-11896/RER/01 approvata con DGR n. 1277/2019 del 29/07/2019)