Educazione parentale e Homeschooling: intervista epifanica a Valentina Olivato

Dopo la proiezione in diversi festival nazionali, The Childhood Experience approda in tutta leggerezza a Visioni Italiane, portando con sé quella genuinità e sensibilità tipica dei bambini. Educazione libertaria e homeschooling sono i concetti affrontati nel documentario diretto da Valentina Olivato, ed è proprio attorno alle suggestioni di questi temi che si aprono possibili dibattiti e domande. Presentato nella sezione Fare cinema a Bologna e in ER, il film indaga soprattutto lo sguardo dei bambini e il loro relazionarsi a un metodo educativo alternativo.

Nel documentario si indaga il concetto di educazione libertaria. È necessario secondo Lei fare una differenza tra istruzione ed educazione libertaria? Se sì, quale?

Secondo me in principio c’è la differenza tra la scelta di questa famiglia e l’educazione a cui noi siamo abituati, legata al contesto scolastico, che è l’assenza delle istituzioni. Loro hanno preso una decisione, al di là dalla matrice educativa dell’educazione libertaria: quella di abnegare totalmente il concetto scolastico e privilegiare una strada individuale. Questa è la differenza più forte, su cui tutti dibattono. L’educazione libertaria è il loro modo di esprimere questa scelta, ma la radice è proprio questa loro opzione molto personale di eludere tutto ciò che prescrive il comparto scolastico. Noi siamo abituati alla scuola sin dalla più tenera età – a mio avviso il filtro più importante dell’infanzia per passare all’adolescenza – quindi l’idea di dimenticare tutto questo sconvolge: è una scelta molto forte, incisiva direi.

Facendo riferimento proprio al tema delle istituzioni, del confronto dei bambini con le regole e i rapporti sociali: come possono affrontare secondo Lei una società, come quella odierna, fortemente basata sulla competizione? Qual è il loro rapporto con le regole sociali?

Non essendo psicologa né pedagogista il mio approccio è stato quello dell’indagine, più che di giudizio, perciò mi risulta difficile esprimermi a riguardo. Il film riporta le mie osservazioni, le mie annotazioni, anche un po’ personali essendo entrata nella vita di questa famiglia. La questione della socialità è quella su cui più si dibatte, a differenza della conoscenza e del sapere dei bambini, che si sono dimostrati intelligentissimi. Lavorando in ambito editoriale e insegnando in qualche classe ho avuto riprova della maggior preparazione di questi bambini. L’elemento della socialità è ovviamente quello che desta più perplessità, le ha destate anche a me. La loro quotidianità è profondamente difforme; non sono abituati ad essere inseriti in contesti forzati, come lo si è a scuola o in altre situazioni più istituzionali. Non so dare risposta a questo nonostante mi sia confrontata prima di iniziare a girare il documentario – ho intervistato professori, accademici di psicologia e di scienze della formazione – anche per capire quali fossero le posizioni a riguardo, ma non ci sono studi in merito, se non molto generali, sullo sviluppo psicologico del bambino. In sostanza al momento non lo sappiamo poiché i numeri in Italia sono ancora molto marginali e non permettono un’indagine così specialistica; probabilmente ce lo diranno loro quando saranno più grandi. D’altronde Ines adesso si è iscritta al liceo ed è entrata per la prima volta nel contesto scolastico. Io sono curiosissima di sapere cosa ne pensa, come si trova, se si sente smarrita oppure a proprio agio. Una cosa che posso aggiungere, come osservazione personale, è che sicuramente attorno a loro hanno un contesto di grande affetto, grande amore, sicurezza e questo indubbiamente è molto importante per i bambini, per permettere loro di affrontare le difficoltà esterne.

Nel film vediamo i bambini relazionarsi con parenti, amici e vicini di casa, specialmente nel momento del gioco. Ha avuto modo di vedere la relazione anche con persone che non conoscono?

Li ho visti anche in altre situazioni, con amici di genitori, persone sconosciute e sono dei bimbi molto curiosi verso il mondo, assertivi, non hanno quella timidezza alle volte tipica dei bambini; però devo dire che li ho sempre visti in situazioni confortevoli per loro, circondati dalla famiglia o comunque con un adulto con un legame affettivo forte a portata di mano. Non posso perciò affermare di averli visti lontani da casa in modo decisivo.

Spostando per un attimo il fuoco verso gli altri protagonisti del film, i genitori, abbiamo visto come la vita di Caterina ruoti tutta attorno ai figli. Occupandosi di loro, ma anche della loro educazione, il tempo per sé stessa sembra un po’ annullarsi. Qual è il suo rapporto con la vita al di fuori dei figli? 

La scelta che ha fatto effettivamente è totalizzante – io non so se ci riuscirei – ma in realtà lei ha una sua dimensione personale molto forte, l’ho notato sin da subito. Nel film mi sono focalizzata di più sui bambini e sul suo legame con loro, per cui c’è tutta una sua parte, una dimensione intima e privata, che non ha rappresentazione; però devo dire che lei riesce a ritagliarsi del tempo e ad avere anche delle forti passioni. Indubbiamente la scelta che ha fatto ha cambiato la sua vita: i suoi figli sono lì, assiduamente, non c’è mai un distacco. Ci sono delle scene del film in cui lei dice “ci sono dei bambini che mi chiedono continuamente qualcosa” a sottolineare quanto sia sollecitata continuamente con delle istanze da parte dei figli. Con questa scelta lei ha trovato un compromesso: se avesse dovuto gestirli, portarli in giro, a scuola avrebbe in realtà aumentato lo stress e diminuito il proprio benessere. C’è da dire che lei ha deciso di essere l’unica figura autoritaria per i propri bambini e questo è sicuramente totalizzante.

E la figura paterna che ruolo ha per i figli? Anche lui si dedica alla loro formazione o è un lavoro che spetta solo a Caterina?

L’incaricata è proprio Caterina, ma per sua scelta; la appassiona perché è una pedagogista e ha fatto studi a riguardo. Credo che tutto graviti intorno a lei. La figura del padre è presente come figura educativa, ma non per quel che riguarda l’organizzazione del sapere, delle discipline, delle materie e del percorso che la madre struttura insieme ai figli.

Secondo Lei ci sono dei punti di debolezza nell’esperienza dell’homeschooling, oppure no?

Sì, ce li dice Ines, ad un certo punto ce lo racconta: quando vediamo nelle scene il frammento di dialogo con lei, in merito ai voti e alle interrogazioni, dice di sentire la mancanza di un confronto per capire quanto ha o non ha imparato. Stupisce, perché quale ragazzino direbbe mai una cosa del genere? C’è un grado di maturità impressionante. Quindi sì, questo è un limite da cui però si genera anche la percezione che hai di te stesso; quando vai là fuori, nel bene o nel male, l’incontro con persone che hanno opinioni diverse dalla tua, metodi diversi dal tuo, genera scontro. È da questo scontro che si origina la percezione che hai di te stesso; è un limite molto importante e penso che Ines stessa l’abbia individuato.

Per curiosità: dal momento che esistono scuole libertarie, anche a Bologna, come mai secondo Lei o secondo loro, non è stata fatta questa scelta, preferendo l’educazione in casa?

Io credo che fosse proprio per eludere dalla scuola; si inserisce anche il discorso logistico, di spostamento poiché volevano creare un proprio nucleo e scrivere il loro racconto. Avessero voluto semplicemente un modo diverso di fare scuola potevano optare per un approccio montessoriano, steineriano – ce ne sono tanti – invece no: volevano evitare di recarsi in un altro luogo per vivere la loro famiglia. Credo che sia interessante quello che loro dicono, si percepisce molto il fluire diverso del tempo. Io ho una vita diversa dalla loro, con un ritmo molto più fagocitante; anche i ritmi delle famiglie che conosco o dei miei studenti sono molto più scanditi, veloci e la vita famigliare si fa molto fugace. Loro, invece, hanno sovvertito i pilastri su cui si poggia la nostra società attuale; hanno scelto di mettere al centro di tutto la famiglia, elemento portante da cui strutturare tutto il resto.

Spostandoci su un piano tecnico, ossia quello dello stile di ripresa: abbiamo notato un iper presenza della cinepresa, dell’operatore e anche Sua. In questo modo abbiamo percepito molto il rapporto instaurato con i bambini ed è particolare. Qual è la volontà di questa scelta?

La volontà parte anche da una necessità. Per filmare i bambini e cogliere il loro universo era necessario instaurare un rapporto di fiducia. Loro mi conoscevano già da prima, però per cogliere tutti i nessi delle loro giornate era importante stargli attorno, vivere quello che loro vivevano. Si dovevano abituare alla nostra presenza, alla telecamera; un bambino non può ignorare la camera e reagisce inevitabilmente alla sua presenzialità – non puoi dirgli “fai come se non ci fosse” – quindi ho capito che la regia doveva tessersi intorno a questo. Era importante che i bimbi rispondessero alla mia presenza e a quella dell’operatore e questo andava segnalato ad un certo punto; dovevamo essere onesti, esplicitare il nostro essere lì tutto il tempo. Anche perché i bimbi reagivano, ci chiamavano – soprattutto i più piccoli – ci conoscevano così bene e la loro reazione era fresca, spontanea e forte. Ho capito che questo scambio doveva diventare un po’ la cifra stilistica su cui organizzare la regia, anche se questo voleva dire lasciare scene lunghe, inquadrature spurie e imperfezioni.

Per proseguire sulla tematica tecnica: si assiste ad un certo punto alla richiesta di far diventare registi anche i bambini, per renderci ancora più partecipi del loro mondo; alcune immagini cambiano anche nel formato. Era un’idea pregressa o è arrivata in fase di montaggio perché i bambini ad un certo punto avevano preso in mano gli attrezzi?

Devo dire che era già in sceneggiatura, che era poco più di un canovaccio. Sapevo che mi sarei concentrata su ogni bambino e ad ognuno di loro avrei affiancato una tematica e sapevo che avrei voluto coinvolgerli e creare con loro questo piccolo progetto. La scelta è stata fatta un po’ per entusiasmarli – i bambini si entusiasmano quando vengono coinvolti – ma anche per regalare loro qualcosa, un’esperienza. Io ho scelto un po’ di immagini che sono poi state inserite come avete notato voi – abbiamo usato una mascherina diversa per segnalarlo – ma in realtà ne avevano fatte moltissime; avevano proprio fatto un loro piccolo documentario. È piaciuta molto l’idea e in quell’ occasione abbiamo potuto insegnare loro anche un po’ di tecniche di regia.

In questo particolare periodo storico, la scuola pubblica sta affrontando delle criticità, mentre l’homeschooling sembra rimanere invariato. Possiamo confermare che sia un ottimo metodo alternativo da poter suggerire e seguire a partire da questa crisi?

Sicuramente tutta l’Italia è stata obbligata a fare l’homeschooling per un bel po’ di tempo; io stessa ho fatto didattica online con un paio di classi che avevo, però è alienante. Quello che può offrire un’insegnante con la didattica online è veramente poco; che poi la scuola pubblica – questo gigante organismo e apparato burocratico che si fatica a decifrare – certe volte mette il bastone fra le ruote. Dall’altra parte è necessario un supporto veramente importante da parte dei genitori. Molti di loro – chi ha potuto – si sono messi a insegnare per compensare quello che non era possibile fare con la didattica a distanza. Suggerire quindi non lo so, sicuramente questo è un momento che determina urgenze, per cui bisogna attivarsi, altrimenti le loro vite si appiattirebbero. Io stessa mi sono accorta che i bambini dopo un po’ non reagiscono più, disimparano. L’homeschooling è uno strumento che esiste – molti non sanno che la costituzione lo permette – ed è sicuramente alternativo. Poi bisogna indagare ciascuna situazione familiare, perché ci sono dei contesti in cui proprio non è applicabile -penso a condizioni più disagiate – mentre nel film viene mostrata una situazione che è idilliaca.

di Chiara Cataldo e Martina Puzone

Corso di alta formazione per la diffusione della cultura e del patrimonio cinematografico (Rif. PA. 2019-11896/RER/01 approvata con DGR n. 1277/2019 del 29/07/2019)