La vita nel 2020 tra lockdown e creatività

Il 2020 verrà ricordato sicuramente come l’anno in cui abbiamo guardato le nostre case con occhi diversi. Per indagare le cause bisogna fare un passo indietro, ricordando tristemente la pandemia generata dal Coronavirus: un evento storico che ha colpito e ammutolito l’intero pianeta. Paradossalmente, l’isolamento ha aperto un varco nella comunicazione, sia a livello digitale sia a livello interpersonale. La solitudine è stata a tratti bilanciata dalla condivisione sui social delle nostre vite: un gesto di solidarietà per sdrammatizzare insieme e rendere la reclusione più o meno incoraggiante e stimolante, come a dire “siamo tutti sulla stessa barca, ma in un mare in tempesta”. Stare rinchiusi, senza poter uscire e vedere nuovi spazi e persone care ha spinto chiunque a interrogarsi e a convivere con i propri dilemmi e scheletri nell’armadio: chi in compagnia della propria famiglia e chi solo, in compagnia di una tv e uno smartphone, per lunghi mesi di lockdown. Sorge spontaneo chiedersi come un bambino abbia potuto vivere tutto questo. Le scuole chiuse, la pochissima didattica a distanza, la paura e l’incomprensione del momento.

Per fortuna, lo sconforto generale non ha frenato la creatività delle menti più artistiche, come il documentarista Enrico Poli che si è espresso tramite la sua opera, I giorni nel tempo. In concorso a Visioni Italiane, il breve film delinea perfettamente la città di Bologna in quel periodo nero sopracitato. Città fantasma, triste, sola e silenziosa: il bianco e nero è l’unica visione che ci propone il regista per rimarcare la pesantezza condivisa, l’assenza di felicità e la solitudine tra le vie deserte. Gli unici colori che davano speranza erano quelli degli arcobaleni disegnati dai bambini sulle tele, appese ai balconi. Arcobaleni colorati che, nell’immaginario comune, rimandano a quel filo di speranza lasciato ai piccoli chiusi in casa, distanti dai loro amici, lontani dalla formazione. Come si riversa tutto questo nel futuro?

Il contatto con i coetanei, i giochi, le esperienze e il confronto dal vivo, le regole e la complicità che si crea tra i banchi di scuola: sono tutte situazioni necessarie alla crescita personale. Cercando di correre ai ripari con la DAD (Didattica A Distanza), nel 2020 le lezioni online hanno cambiato totalmente l’approccio dei giovani alla scuola e si presentano come unica ancora a cui gli stessi devono appigliarsi per non annegare nell’isolamento, per non perdere il contatto con la normalità. Riflettendo in un’ottica di non-luogo scolastico, non è svantaggiato chi invece è cresciuto con l’educazione libertaria (l’homeschooling), metodo oggigiorno sempre più diffuso, in quanto permesso dalla costituzione. Ne parla in modo quasi esaustivo il documentario The Childhood Experience di Valentina Olivato, che ci permette di accedere ai retroscena di una famiglia bolognese molto interessante. La regista pone lo spettatore nelle vesti di voyeur, svelandoci – frame dopo frame – il metodo alternativo adottato dalla madre pedagogista, la quale si dichiara unica autorità in grado di gestire l’istruzione dei quattro figli, comodamente da casa, 365 giorni l’anno. Per mantenere un contesto familiare sereno, evitando problemi logistici e ambienti scolastici, la soluzione congeniale per lei è stata l’homeschooling. Seguendo il docufilm, appare evidente che l’educazione parentale sia un percorso capace di rendere partecipi i figli in attività multiformi, stimolando la creatività e l’apprendimento di ciascuno in modo individuale, evitando soprattutto l’uso della tecnologia. Considerando che in tempi di lockdown le scuole hanno chiuso e intrapreso la DAD, ne emerge che l’educazione libertaria ha un valore aggiunto: in un contesto di crisi mondiale, l’istruzione è una costante che non subisce cambiamenti e non lascia lacune nei bambini.

A tal proposito, in un’intervista condotta per la Cineteca di Bologna, è stata interessante la considerazione della regista in merito alla questione, la stessa ha confessato “Quello che può offrire un’insegnante con la didattica online è veramente poco. […] mi sono accorta che i bambini dopo un po’ non reagiscono più, disimparano; […] è alienante.” D’altronde è difficile non essere d’accordo con quanto affermato. Ma è ancora più difficile, in una situazione di crisi, riuscire a equilibrare e scandire i tempi tra studio e ozio. Bisognerebbe stipulare un tacito accordo in cui l’impegno del figlio sia proporzionale a quello del genitore, il quale spesso in modo semplicistico si adatta alle volontà dei figli. Ciò si verifica quando gli stessi vengono abbandonati e lasciati davanti alla televisione o al tablet per tenerli impegnati, dedicando pochi stimoli al gioco manuale, se bimbi, o al dialogo, se adolescenti. Ma siamo pur sempre nel 2020 e la tecnologia non va necessariamente condannata.

Basti pensare che sempre più ragazzi guadagnano ingenti somme di denaro comunicando con le community del mondo del web grazie a Youtube, Twitch e Instagram – e altre piattaforme – consacrandoli youtubers, streamers e influencers. In merito a ciò, è interessante un ulteriore punto di vista sulla crescita dei figli che è visibile nel documentario Marghe e Giulia – Crescere in diretta di Alberto Gottardo e Francesca Sironi. Questo film mostra egregiamente il tacito accordo di pocanzi e si evince che è possibile andare a scuola e vivere la propria quotidianità, affiancando l’utilizzo costante della tecnologia. Margherita e Giulia sono due sorelle appoggiate dai genitori a vivere un’infanzia più esposta rispetto a quella dei loro coetanei. Nonostante ciò, le due bambine sono diligenti e scrupolose con lo studio e, in un certo senso, sono anche plasmate dalla volontà dei genitori, i quali indirizzano il percorso di vita delle figlie verso il mondo del web, supportando e contribuendo al progresso della loro fama e a un possibile inizio di carriera nel mondo dello spettacolo. Madre e padre si impegnano allestendo veri e propri set in casa, si dedicano all’editing dei video girati e li pubblicano seguendo un vero e proprio piano editoriale, con un esito di straordinario successo – basta notare il numero di views ai video e gli iscritti al canale Youtube. In questa vita frenetica, le due sorelle amano raccontarsi e crescere insieme al loro pubblico, confrontandosi e condividendo con loro le più svariate emozioni, comprese quelle più malinconiche emerse nel periodo di lockdown, lontane da scuola. È interessante, inoltre, come nel documentario il padre si sia mostrato contento delle reazioni così sincere e genuine delle figlie, proprio perché è nello sfogo e nel gestire le risposte dei fan (a volte haters) che si forma maggiormente il loro carattere.

In conclusione, si può addurre ai corti e ai film in concorso al Festival di Visioni Italiane 2020 il merito di aver esposto diversi temi singolari. Tra questi, è stato interessante indagare i metodi di approccio alle difficoltà della vita: nel pieno di una pandemia, alcuni sono riusciti a dare sfogo alla fantasia, creando documentari e cortometraggi che lasceranno traccia e memoria del periodo; altri sopperiscono alle difficoltà logistiche di una famiglia allargata con l’educazione parentale; e altri ancora negano il pregiudizio sulla tecnologia, ritenendola trampolino di lancio per il futuro dei propri figli.
Ma nel silenzio del lockdown che ancora riecheggia nelle nostre vite, chi può decretare quale sia la soluzione infallibile e vincente contro le criticità della vita?

di Chiara Cataldo

Corso di alta formazione per la diffusione della cultura e del patrimonio cinematografico (Rif. PA. 2019-11896/RER/01 approvata con DGR n. 1277/2019 del 29/07/2019)