Life is But a Dream, Mara Cerri, Being My Mom e la costrizione poetica su Cinefilia Ritrovata

“Life Is But a Dream” tra fango, lamiere e preghiere

Nel cuore della notte, seduti nel retro di un’auto che percorre una strada appena illuminata, ascoltiamo una voce che ci spiega la complicità, o anche il suggerimento delle autorità israeliane, prima dello stabilimento dell’avanguardia di quello che diventerà nel tempo l’ennesimo pezzo di territorio palestiniano occupato.

Life Is But a Dream di Margherita Pescetti ci racconta la confessione di Gedalia, nato a Minsk (ex URSS, oggi Bielorussia), emigrato negli Stati Uniti all’età di 7 anni, cresciuto in una comunità ebraica dell’Ohio. A 23 anni, disgustato della società capitalista, scelse di stabilirsi in Israele. Insieme alla moglie condusse una vita nomade fino a quando non decisero di impossessarsi di una terra nelle colline semi deserte della valle del Giordano tra Gerico e Ramallah, e di far parte degli avamposti di futuri insediamenti israeliani.

Intorno a Mara Cerri. L’enfasi sullo sguardo

Alla prima visione delle illustrazioni di Mara Cerri (classe 1978), considerata da Goffredo Fofi “elegante e trasognata capofila di una famiglia di disegnatori provenienti dalla più meritevole scuola d’arte di Urbino”, si potrebbe subito pensare, facendo un balzo imprevisto nel mondo ludico, al famoso gioco da tavola Dixit. Per chi non lo conoscesse il suddetto gioco di carte mette al centro la narrazione e la fantasia, attivate dalla visione delle carte che esso contiene; piccoli gioiellini, illustrazioni immaginifiche (in questo caso la portabandiera è Marie Cardouat) che attivano la mente facendola viaggiare in altre dimensioni. Ci si aspettava quasi di ritrovarla nella lista degli illustratori che hanno collaborato con i propri lavori alle espansioni del gioco.

“Being My Mom” e la costrizione poetica

L’opera prima alla regia di Jasmine Trinca, attrice a trecentosessanta gradi tra cinema e televisione, è un panorama (ritratto non sarebbe del tutto la definizione giusta) di due donne, madre e figlia, che non si servono di parole. Difatti, tralasciando qualche rumore di fondo e una sonora risata iniziale, non vi sono dialoghi o enunciati verbali. Potrebbe assomigliare quindi a un film muto? Secondo Trinca assolutamente sì, in quanto si ispira effettivamente alle opere buffe e alle produzioni di tanto tempo fa, confermando quanto la condivisione dei silenzi e delle parole non dette, sia molto spesso necessaria. Parlavamo di panorama e non di ritratto. Roma e la sua calura estiva sono lo sfondo della passeggiata metaforica e spirituale di una mamma (Alba Rohrwacher) e di sua figlia (Maayane Conti), anime erranti attraverso una città vuota che si cercano, si rincorrono, giocano e si salvano a vicenda.