Report incontro 17 novembre 2020 | Film di ieri, registi di domani

Uno dei tratti fondanti e distintivi di Visioni Italiane è quello di far conoscere, incontrare e presentare al pubblico i giovani autori di oggi, coloro che saranno con molta probabilità anche gli autori del cinema italiano del futuro. Il 16 novembre ha avuto luogo, anche se solo virtualmente sulla piattaforma MYmovies, il primo incontro collettivo tra alcuni dei registi dei film in concorso in questa 26a edizione del Festival trasferita interamente sul web, che hanno risposto alle domande suggerite dal direttore della Cineteca di Bologna, Gian Luca Farinelli.

Un incontro di poco più di un’ora in cui sette giovani autori hanno parlato delle loro opere presenti in programma. Quattro documentari presentati in Visioni Doc: Zigulì di Francesco Lagi, Armonia di Giovanni Mauriello (per cui era presente però la sceneggiatrice, Letizia Salerno Pittalis), Marisol di Camilla Iannetti e Insieme di Stefano Triggiani; tre corti di finzione, due dei quali presenti nel concorso Visioni Italiane – L’attesa di Angela Bevilacqua e Luis di Lorenzo Pallotta – e il terzo, Il fagotto di Giulia Giapponesi, nella sezione Emilia Romagna Cinema.

Dalle parole degli autori sono emersi diversi spunti interessanti e punti di contatto, anche a fronte della diversità tra le loro opere. Il concetto del film in divenire è stato uno di questi; lo rimarca per esempio il regista di Luis, parlando anche del travagliato processo di produzione del corto, nato in realtà come progetto di preparazione a un altro lavoro più complesso e articolato. L’opera di Lorenzo Pallotta è di finzione ma l’approccio è stato quello documentaristico, con la storia scritta solo dopo aver trovato i personaggi (due bambini tra i 9 e i 10 anni). Luis mette in scena aspetti reali della vita del protagonista (per esempio Luis è veramente il nome del protagonista, è rumeno e nel film parla la sua lingua e non ha il padre), tenta di costruire qualcosa attraverso pochi elementi e di mettere in scena un istante dove non c’è tempo di dire qualcosa o non si trovano le parole giuste per farlo, come può avvenire prima di una separazione tra fratelli.

Cinema in divenire è anche un aspetto presente nelle parole di chi ha realizzato i documentari: Lagi ha girato e lavorato a Zigulì in un arco di tempo molto lungo, quasi quattro anni, cercando di entrare all’interno della vita dei due protagonisti la cui fisicità assume ovviamente un ruolo fondamentale nella descrizione del rapporto padre-figlio. La questione più urgente secondo il regista, filmando questa coppia di personaggi reali – un padre e un figlio disabile – è stata quella di chiedersi come farlo e quale fosse il modo più giusto, dal punto di vista cinematografico, di raccontare la loro storia. La risposta è arrivata nel tempo: nel corso di questi anni in cui il regista ha conosciuto i due protagonisti e forse, come racconta Lagi stesso, anche da un film di Gianni Amelio, Le chiavi di casa, che gli ha fornito degli strumenti per interpretare e filmare la realtà raccontata in Zigulì. Quest’idea del tempo e del processo in divenire è ben presente anche nel lavoro e nella testimonianza di Stefano Triggiani, che filma un rapporto di coppia – quello tra lui e la sua compagna – che è un processo in continua evoluzione; e anche in quella di Camilla Iannetti, che da autrice di documentari pone l’accento sul fatto che la forma si scopre strada facendo. L’importante è cercare il soggetto giusto, quello che per qualche motivo si vuole raccontare: succede così con Marisol, la bambina protagonista del documentario a cui dà anche il titolo, e con suo padre, già di per sé un soggetto molto cinematografico.

Un altro nucleo tematico è quello della presenza in molte di queste opere di personaggi reali che sembrano allo stesso tempo usciti da sceneggiature scritte su misura per loro, come accade con la protagonista del documentario Armonia. Laura Righi, prima transessuale in Italia a sottoporsi nel 1963 a un intervento di riassegnazione del sesso, è un personaggio fuori dagli schemi insieme al suo compagno di una vita, Beppe. La sceneggiatrice Letizia Pittalis la delinea in semplici ma inequivocabili parole, definendola una grande appassionata di cinema, che “è quello che avrebbe voluto fare da grande”. Una grande protagonista femminile è poi quella del cortometraggio L’attesa, costituito da un unico piano sequenza in cui la brava attrice ischitana Lucianna De Falco interpreta una madre in preda all’ansia di avere notizie del figlio che vive a Londra e che potrebbe essere stato coinvolto in un attentato terroristico. L’Anna Magnani di L’amore di Roberto Rossellini, in particolare dell’episodio La voce umana, riecheggia soprattutto nella palese somiglianza fisica tra le due attrici; questo film è stato certamente un riferimento per la regista il cui intento principale però era quello di trasmettere un forte sensazione di angoscia, obiettivo raggiunto anche grazie all’uso della tecnica del piano sequenza e ispirato dalla visione di Madre! di Darren Aronofsky, esemplare nel trasmettere questo profondo senso di ansia e spaesamento. Un mondo tutto al femminile è quello proposto nel distopico Il fagotto, dove la regista Giulia Giapponesi, partita dallo spunto reale di una campagna di qualche anno fa, foriera oltretutto di molte polemiche perché poneva in modo ambiguo l’allarme sul tragico tasso di denatalità in Italia, ha immaginato cosa succederebbe se le donne un giorno fossero costrette dal sistema a fare figli entro una certa età, pena l’espulsione dallo Stato. Luogo d’eccellenza per questa distopia è stato Tresigallo, nel ferrarese, un set naturalmente già pronto ad accogliere questa storia, con la sua architettura razionalista di epoca fascista.

di Sofia Nadalini

Corso di alta formazione per la diffusione della cultura e del patrimonio cinematografico (Rif. PA. 2019-11896/RER/01 approvata con DGR n. 1277/2019 del 29/07/2019)