Report - Incontro con Matteo Lepore, Manetti Bros. e Gian Luca Farinelli

Marco e Antonio Manetti, i due cineasti romani che hanno adottato Bologna, si affacciano a Visioni Italiane. I registi sono nuovamente in città, sempre impegnati a girare qualcosa – che sia il nuovo L’ispettore Coliandro o altro – e ieri hanno partecipato all’incontro online mediato dal direttore Gian Luca Farinelli, nel quale è intervenuto anche l’assessore alla cultura di Bologna Matteo Lepore per parlare di cinema e sviluppo del territorio.

Farinelli apre l’incontro citando alcuni dati: Bologna è passata negli ultimi quattro anni da 192 giorni di riprese realizzate in città nel 2014 a 354 nel 2019, e nel 2020 si sono già ampiamente superati i giorni di ripresa del 2014. In mezzo è passata una legge regionale e i tanti cineasti che hanno girato in città, come i Manetti Bros, un caso clamoroso, che hanno capito che a Bologna si poteva fare del cinema.

Galeotto fu Coliandro. Una scelta di città adottiva per dei romani che Cinecittà ce l’avrebbero sotto casa. Essendo convinti che anche un interno abbia un suo sapore locale, anche se costa di più hanno deciso di girare tutto a Bologna, cercando di limare altrove le spese. Secondo loro c’è un vero e proprio amore, un sentirsi a casa, a Bologna più che a Roma.

Bologna non è una città facile. Ma Bologna è una città che accoglie, non solo dal punto di vista istituzionale, ma anche della popolazione. Loro la popolazione bolognese se la sono conquistata: il bolognese è uno che sia arrabbia anche, ma quando invece loro bloccano una strada, il bolognese sorride. I Manetti pensano quindi che alla fine conviene fare di Bologna la loro Cinecittà; e allora anche le cose che non si svolgono a Bologna, i famosi interni che normalmente si farebbero a Roma, loro li fanno qui.

Inutile nasconderlo: la legge della Film Commission li ha aiutati. I Manetti Bros, che sono anche produttori, ma non gli unici dei loro film, sono infatti stati facilitati nel convincere gli altri produttori perché ora c’è una Film Commission regionale importante.

Per chi non conoscesse bene i meccanismi cinematografici, i finanziamenti non sono soldi che la regione regala al cinema per avere il cinema sul territorio, ma sono soldi che rientrano: sia pagando location, lavoratori bolognesi, fornitori locali, sia per il valore meno diretto legato al turismo. Con la crescita delle riprese bolognesi è andata in parallelo anche una crescita del turismo, in parte influenzata dal cinema.

L’assessore Lepore conferma che il cinema in questi anni abbia dato un indotto importante, abbia fatto riscoprire la città agli stessi bolognesi: lo stesso lavoro che ha fatto anche Carlo Lucarelli, i Manetti su altri loro film, e altri artisti che in questi anni sono ripassati in città.  È chiaro che adesso il turismo è fermo, ma ci si augura che riprenda dopo la pandemia – anzi, l’assessore è certo che riprenderà alla grande. Gli investimenti fatti sul cinema hanno indubbiamente cambiato la città, e occorre proseguire in questa direzione.

In attesa di vedere Diabolik, con delle scene ambientate a Bologna, i Manetti Bros, non sono solo produttori dei loro stessi film ma anche di altri: come Il mostro della Cripta di Daniele Misischia, di prossima uscita, girato in Emilia-Romagna (parte da Bologna e arriva a Bobbio), e Io e Spotty, un’altra loro produzione. Nei loro lunghi anni di esperienza hanno notato come le produzioni siano cambiate sul territorio.

Marco Manetti spera che la Film Commission favorisca le storie che si svolgono qui, anche quando si girano storie che non sono ambientate nel territorio. Serve perché il cinema porta lavoro, anche se dal punto di vista comunicativo serve meno. Come sottolinea anche Farinelli queste storie danno valore al territorio: danno identità o ne fanno emergere una. Oramai è evidente che un film girato in loco porti ricchezza e insieme quel valore aggiunto che è sottolineare l’unicità di un luogo.

Riprende Manetti affermando che probabilmente la città di New York riceve l’80% di turisti grazie al cinema. Questo dimostra l’importanza totale di quanto la storia di un film possa essere sottovalutata. Dalla loro lunga esperienza notano come ora sia più facile rispetto al passato: le professionalità erano limitate e legate a una certa mentalità di persone che lavoravano saltuariamente, o c’erano più professionalità legate a spot e video musicali. I Manetti hanno la percezione che queste professionalità siano oggi emerse, anche grazie al loro contributo: moltissimi giovanissimi ora possono cominciare a fare cinema. Non a caso, essi stessi prendono molti giovani che si uniscono alla troupe più anziana, formandoli. Questo loro metodo lavorativo è uno dei loro punti di forza e dei più convincenti con i produttori.

Il rapporto dei Manetti Bros con le istituzioni locali come Cineteca, Comune e Regione si è evoluto nel tempo e ora si è iniziato a capire cosa serve davvero. Prima c’era la volontà di aiutare, ma ora c’è la consapevolezza, poiché le istituzioni hanno capito che l’industria del cinema è diversa dalle altre: il cinema non ha tempo. Ad esempio, se serve andare in un posto entro tre giorni, allora occorre andare entro tre giorni. A tal proposito, trovano che sul territorio l’iter burocratico si sia snellito e velocizzato.

Il sogno, il salto e il luogo. Il sogno che i Manetti hanno, per realizzarsi ha bisogno di fare un salto: trasferirsi cioè in un luogo. Se infatti si avessero delle sale prove, sale costumi, camerini, sale trucco da fornire in pianta stabile alla città (e a tutte le produzioni che vengono da fuori), il territorio potrebbe fare un ulteriore salto di qualità. Bologna ha la bellezza della città, la complessità culturale e la centralità geografica: ha infatti una stazione importante, che è anche un punto di snodo (si arriva a Roma in due ore) da cui si arriva dappertutto in poco tempo. A loro detta forse Bologna è addirittura la città meglio collegata d’Italia – per questo ha una grande potenzialità. Il progetto futuro è quindi trovare un luogo. E il luogo che i Manetti si sono immaginati, per amore e per interesse personale, è l’autostazione di Bologna: un edificio fuori uso, pieno di spazi immensi, a cinque minuti a piedi dalla stazione ferroviaria così come dai principali alberghi di Bologna, vicinissimo alla Bolognina. Per tutte queste qualità viene da loro definito “un luogo magico”. Si potrebbe fare tanto: teatri di posa, ma anche sale di montaggio (per fornire allo stesso tempo un luogo per la post-produzione). Si immaginano che forse anche con un investimento contenuto si potrebbe continuare a utilizzare.

L’assessore Lepore, incalzato da Farinelli, esprime la sua condivisione per il progetto dei Manetti. Questa esigenza è condivisa, occorre individuare un luogo, un “cineporto” che accolga varie produzioni, che sia alla portata. Lepore continua dicendo che nel prossimo futuro è prevista una ristrutturazione con una diversa destinazione dell’autostazione, ma qualora quel progetto non vada avanti vi si può ragionare. L’assessore crede in quella zona e nella realtà in cui stanno da qualche anno lavorando in via Casarini col progetto Dumbo (sei capannoni, 40 mila metri quadrati, ma ce ne sarebbe 10 volte tanto, e la città sta dialogando con le Ferrovie per farsene dare di più). Gli spazi ci sono, le risorse stanno arrivando, si sta lavorando ai finanziamenti europei, ora occorre fare il salto: il salto industriale.  Si può anche pensare a un investimento più importante che sia ambizioso – ci sono le condizioni per un cineporto e un distretto.

I Manetti si mettono a disposizione gratuita per una consulenza in tal senso e lanciano un invito all’assessore a visitare quelli che sono i loro luoghi. Come sottolineano i cineasti infatti non sempre alle istituzioni è chiaro che cosa serva al cinema e alle produzioni cinematografiche. Perché luoghi come grandi capannoni sembrano ideali ma non necessariamente sono l’unica cosa che serve.  Occorre capire qual è l’attrattività produttiva.  Ad esempio, arrivare in un luogo senza dover usare l’automobile è un vantaggio sottovalutato. Più che di spazi immensi, si necessita di spazi medi: uffici, attrezzeria, costumerie, sale prove, camerini, incontri – più che i grandi studios, che attraggono produzioni troppo ambiziose e che forse sono anche vecchio stampo. L’autostazione ha già di natura stanze piccole e medio grandi: sarebbe l’ideale, anche per non fare troppi lavori. Quindi è importante capire il valore e il perché di uno spazio. Oltre alle grandi opere, è necessario attirare e fare venire voglia di venire, con cose meno spettacolari ma più utili.

Anche l’assessore Lepore concorda che Bologna sia diventata più attrattiva: si sente un’attenzione maggiore, e occorre fare un progetto che cresca nel tempo. Non partire da cose grandi, ma essere ottimisti: all’inizio si popola una piccola parte e poi si cresce. Chi può sapere che cosa ci permetterà di fare la tecnologia tra tre anni, chi sa cosa può inventare la creatività.  Lepore coglie la disponibilità dei registi a lavorare nella task force, affermano che sicuramente serve uno spazio che si sappia adattare alla creatività e alle esigenze.

Antonio Manetti sottolinea come sia cambiata la città di Bologna, non solo per il turismo ma anche per l’accoglienza. A distanza di vent’anni dalla volta del primo Coliandro la città ha fatto un enorme salto in avanti. Prima si basava sulla cultura del passato di una “mitica Bologna”, ma in quel momento era una città che stava male. Inversamente ora Roma è decaduta e Bologna è cresciuta tantissimo sotto i loro occhi: e forse è uno dei motivi per cui continuano a tornarci. Proprio perché banalmente ci si sta bene, così come lo affermano tanti della loro troupe (tant’è che c’è anche chi cerca casa in città).

Farinelli sottolinea come spesso dei non bolognesi diventino più bolognesi dei bolognesi, e ribadisce come un’idea di produzione cinematografica possa essere uno dei progetti più importanti per la nostra città. Lepore afferma per fare ciò che occorrono due azioni: una operativa e una politica. Creare una task force e fare della Cineteca il punto di vista operativo, istituzione pubblica a servizio del tessuto, disegnare un luogo, costruire un gruppo di lavoro e poi partire. Al momento si può usare l’autostazione che si sta già utilizzando, e al tempo stesso immaginarsi una prospettiva e quelli che sono i bisogni e le opportunità. Il gruppo di lavoro dovrà mettere nero su bianco che cosa serve, e dall’altro lato raccontare fuori che cosa si vuole fare – un altro aspetto molto importante. Dall’altro lato, dal punto di vista politico, occorre fare in modo che questo obiettivo sia anche l’obiettivo del prossimo programma politico, in modo da dare continuità al tutto.

L’ultima parte dell’incontro ricade sulla modalità in cui i Manetti stanno girando l’ultimo Coliandro. Loro che hanno uno stile di girare un po’ “d’assalto” e che per strada invece delle comparse usano passanti veri, avrebbero voluto riprendere persone con le mascherine. Sarebbe stato anche uno stimolo artistico per un personaggio un po’ ipocondriaco come Coliandro, ma sono un po’ dispiaciuti poiché la linea editoriale della Rai ha preferito un mondo senza. Peccato, afferma Farinelli, perché chi sa quante cose Coliandro avrebbe potuto scoprire sotto quelle mascherine.

di Clara Longhi

Corso di alta formazione per la diffusione della cultura e del patrimonio cinematografico (Rif. PA. 2019-11896/RER/01 approvata con DGR n. 1277/2019 del 29/07/2019)