Roma Algerina e Milano Eritrea: doppia premiazione per il Premio Mutti 2020

La parola ai vincitori: Mounir Derbal, autore del cortometraggio Nel Blu, e Ariam Tekle, Premio per la Creatività per il documentario Through my lens.

Giovedì sera si è tenuta la premiazione del Premio Gianandrea Mutti, organizzato dall’Associazione Amici di Giana, Fondazione Cineteca di Bologna, Archivio delle Memorie Migranti (AMM) e Fondazione Pianoterra onlus. Il Premio, giunto alla sua dodicesima edizione, è rivolto a supportare i progetti futuri di registi con radici familiari lontane dall’Italia, ma che, per le ragioni più diverse, si sono trovati a realizzare film nel nostro Paese, portando con sé la ricchezza della loro identità e del loro duplice sguardo.

I vincitori di quest’anno sono stati: Mounir Derbal per la realizzazione del cortometraggio Nel Blu, mentre il Premio per la Creatività è andato ad Ariam Tekle per il documentario Through my lens.

Mounir Derbal nasce a Roma nel 1997, dove inizia a formarsi nel teatro. Dopo il liceo si trasferisce a Londra  per studiare Digital Film Production alla Ravensbourne University. Nonostante la sua giovane età ha già realizzato diversi cortometraggi, confrontandosi anche con generi differenti. Il suo lavoro vincitore del premio Mutti, Nel blu, sarà un ‘opera dai tratti surreali che, in maniera inconsueta, ribalterà il punto di vista che di solito viene adottato nel raccontare i fenomeni migratori. In particolare il protagonista sarà un immaginario guardiano del vecchio faro di Fiumicino e i suoi conflitti tra memoria degli sbarchi di ieri e quelli di oggi; il tutto durante la prima ondata di Covid-19 di marzo 2020.

Come nasce il tuo lavoro? Cosa ti ha ispirato? Abbiamo notato che la tua storia Nel blu è ambientata durante la prima ondata del Covid-19, nel marzo 2020, puoi spiegarci meglio questa scelta?

Per questo lavoro sono partito da un’immagine che è quella del vecchio faro di Fiumicino, che ancora oggi si erge decrepito. Da qui ho iniziato a fantasticare su come sarebbe stato se qualcuno avesse deciso di vivere in questa struttura. Poi è scoppiato il Covid, proprio mentre mi trovavo in Inghilterra per delle riprese per un progetto dell’università. Quindi sono ritornato in Italia nel marasma generale, ritrovandomi a stare quindici giorni in camera in isolamento. Durante questo periodo mi sono ritornate alla mente le immagini del faro e del suo abitante immaginario, chiedendomi come una persona come lui si sarebbe comportata in una situazione come quella che abbiamo vissuto a marzo.

Quella del Covid è più una cornice da cui mi interessa attingere fino a un certo punto, infatti il mio scopo era raccontare l’immigrazione da un’altra prospettiva, cioè dalla parte di chi accoglie. Da questo punto di vista il mio personaggio vive una situazione controversa: da una parte salva in maniera indistinta tutte le navi che giungono al suo faro, dall’altra, a un certo punto, si troverà impossibilitato a farlo con tutte le conseguenze che ne derivano.

Il tuo protagonista, Guerrino, si muove all’interno di un paesaggio familiare nel cinema italiano: quello della periferia romana. Rispetto a tuoi lavori precedenti ci pare di capire che è la prima volta che usi Roma come ambientazione, cosa significa per te? Hai qualche riferimento letterario o cinematografico?

In questo progetto più che raccontare il paesaggio, o il contesto, mi interessava far emergere il mio personaggio. Penso che in realtà una storia come questa possa essere raccontata in qualsiasi parte del mondo. Chiaramente, essendo quello della periferia romana un ambiente che conosco molto bene era più facile per me parlare di qualcosa con cui ho confidenza; tuttavia, l’importante per me era mantenere l’archetipo del guardiano del faro come punto principale.

Sempre parlando di questo sottogenere i miei riferimenti cinematografici più recenti sono i fratelli D’Innocenzo, ma ancora prima Claudio Caligari, che ha dato una svolta postmoderna ai film ambientati nella periferia romana.

Abbiamo visto che nonostante la tua giovane età hai già realizzato numerosi progetti artistici. In particolare sei passato dalla fotografia, al teatro al cinema. Puoi spiegarci come è avvenuto questo passaggio e dirci come è iniziato il tuo percorso artistico?

Ho fatto le mie prime esperienze come attore in teatro, ma l’interesse per il cinema c’è sempre stato. Finito il liceo mi sono accorto che per quello che volevo fare Roma non bastava, così dopo un anno sono partito per Londra. Qua mi sono trovato in una realtà molto diversa, sia in senso positivo che negativo, dove ho potuto scoprire l’effettivo potenziale di me stesso e di cosa fossi capace di fare usando le mie sole forze. Per quanto riguarda la fotografia è sempre andata in parallelo col cinema. Il Premio Mutti è sicuramente una grande opportunità per me perché mi permette di realizzare una storia che sento la necessità di raccontare. In futuro mi piacerebbe approcciarmi sempre di più al cinema con elementi simbolici, usando un linguaggio più propriamente distopico e surreale.

Un’altra cosa con cui ti sei confrontato nella tua carriera artistica è stato quello di confrontarti con diversi generi. Quali sono i motivi che ti hanno portato a scegliere un genere piuttosto che un altro?

Per quanto riguardo l’uso di più generi, dato che a livello artistico mi sto ancora formando, mi piace giocare con più forme narrative diverse. Anche perché fare un film, all’interno di un genere definito, significa rispettare dei canoni molto rigidi e non è per niente semplice, mentre per ora preferisco non avere questo tipo di limiti. Invece, un una tematica con cui mi piacerebbe confrontarmi in futuro è quella della distopia e della denuncia sociale.

All’interno della molteplicità di forme espressive con cui ti sei approcciato c’è un punto in comune rintracciabile?

Tutte le mie opere hanno in comune l’”approccio di pancia”, come nel caso di Nel blu. Anche nei miei progetti futuri vorrei che questo fosse l’elemento principale, ovviamente nello sviluppo di un progetto ci vuole anche l’aspetto più razionale, ma per me è importante soprattutto quello emotivo.

Ariam Tekle nasce a Milano nel 1988 da una famiglia di origine eritrea. Durante il percorso universitario si è occupata principalmente di studi antropologici e di sociologia. Il suo primo lavoro, Appuntamenti ai marinai, nasce proprio prendendo spunto dalle sue ricerche durante la stesura della tesi di laurea in Relazioni Internazionali ed è incentrato sull’analisi intergenerazionale della comunità eritrea milanese e delle sue peculiarità. Il progetto vincitore Through my lens riconfermerà l’approccio particolare di Ariam, integrandolo con nuove ed ambiziose prospettive.

Ariam, il tuo non è un percorso di avvicinamento al cinema convenzionale dal momento in cui la tua esperienza accademica è stata incentrata su studi di antropologia e sociologia e solo più tardi ti sei avvicinata alle forme del cinema. Come sei arrivata a pensare di realizzare il tuo primo documentario Appuntamento ai Marinai?

Ho iniziato a pensare ad Appuntamento ai Marinai appena dopo la laurea in relazioni internazionali. Per realizzare la mia tesi ho iniziato a raccogliere testimonianze di giovani eritrei milanesi ed è lì che, in maniera graduale, ho deciso di riadattare le interviste e farne di nuove, in modo da costruire un racconto per immagini che mettesse generazioni di eritrei a confronto. Anche dal dibattito politico che in quel periodo (2014) era molto vivace attorno al tema dello ius soli ha avuto una parte importante per farmi prendere questa decisione. Inizialmente, avevo pensato di usare la forma del cortometraggio ma ben presto mi sono resa conto che le interviste avevano un contenuto così vero che ho preferito evitare intermediazioni e mi sono orientata sul documentario. Tutto questo pur non avendo, in effetti, una formazione legata espressamente al mondo del cinema, né dal punto di vista degli studi universitari né per quanto riguarda competenze prettamente tecniche. Credo tuttavia di essere riuscita a sopperire i miei limiti portando in dote il mio punto di vista da sociologa e antropologa che, assieme alla mia storia personale, credo possa condurre gli spettatori verso una visione lontana dall’eurocentrismo con il quale ci si trova a spesso a confrontarsi quando si sente parlare di Africa. Ad esempio sui libri di scuola sembrerebbe che la nostra storia inizi, o si concluda, con gli imperi coloniali e la loro caduta, ma non è certo così.

Il rapporto tra una comunità e l’ambiente nel quale si stringe sembra essere un elemento chiave del tuo lavoro. Cosa puoi dirci a proposito della vivace comunità eritrea milanese e della sua storia?

Uno spazio importante che la comunità eritrea si è ritagliata in passato, e di cui si parla in Appuntamento ai marinai, è stato l’oratorio di Via Kramer all’interno del quale operava un frate cappuccino nostro connazionale. Inizialmente lo spazio era frequentato soprattutto da ragazzi che suonavano musica eritrea tradizionale, poi è diventato un centro di ritrovo tra artisti legati alla cultura hip-hop che, pur arrivando dagli Stati Uniti, è un genere nel quale molti eritrei si sono riconosciuti soprattutto per i contenuti dei testi, primo fra tutti il tema dell’emarginazione. Per noi è stato naturale riconoscerci nel mondo descritto dai ragazzi neri di New York o Los Angeles ed è il motivo per cui è avvenuto questo avvicendamento. A metà degli anni Novanta l’oratorio purtroppo ha chiuso e parte della nostra comunità ha iniziato a frequentarsi a pochi passi da via Kramer, presso il parco Vittorio Fomentano. Curiosamente, questo luogo già raccontava una storia importante per noi eritrei milanesi: all’interno del giardino si trova una palazzina Liberty, oggi intitolata a Dario Fo e Franca Rame, che in passato fungeva da punto di ritrovo per gli eritrei della generazione dei miei genitori. Lì ci si riuniva per attività politiche di supporto al fronte di liberazione eritreo durante la Guerra dei Trent’anni. Mi sono a lungo interrogata rispetto al pericolo che questi spazi potessero degenerare in meccanismi di auto-ghettizzazione, ma anche alla luce delle testimonianze raccolte in Appuntamento ai marinai credo di poter dire che lo stringersi attorno alla propria comunità, pur senza precludere contaminazioni, ha maggiormente lati positivi, soprattutto per chi vive situazioni di difficoltà.

Nel tuo nuovo progetto Through my lens che ha vinto il Premio Mutti per la creatività quanto ritroveremo delle cose che ci stai raccontando?

Tra questo nuovo film ed il precedente ci sono senz’altro punti in comune, sia per quanto riguarda i temi trattati che per l’ ampio utilizzo di interviste, ma sono presenti alcune differenze importanti,  prima fra tutte la struttura stessa del film. Sarà infatti diviso in episodi, ciascuno dei quali incentrato su una vicenda specifica riguardante un numero ristretto di persone e anche in questo si distanzia dal mio primo lavoro nel quale prevale, invece, una testimonianza più corale e frammentata. E se il mio primo film è ambientato a Milano e racconta della comunità eritrea della città, Through my lens compirà soprattutto il viaggio opposto raccontando il ritorno in Africa di alcuni eritrei vissuti in Italia da molto tempo o il mio personale percorso di riscoperta di aspetti particolari della cultura d’origine della mia famiglia, che mi sono resa conto di conoscere ancora solo superficialmente.

Nonostante per te il cinema sia arrivato quasi senza avvisare, hai già ottenuto ottimi risultati e percepiamo da parte tua un entusiasmo contagioso anche verso la tua prossima avventura. Da antropologa e sociologa a regista, pensi di aver trovato la tua strada?

Penso di aver intrapreso il cammino giusto per poter esprimere al meglio questioni che mi sono sempre state a cuore. Tuttavia mi rendo conto di essere ancora nel bel mezzo di un processo di formazione, anche di carattere professionale, che resta ancora in fase di interpretazione da parte mia. Di certo un riconoscimento come il premio Mutti non può che convincermi di aver fatto la scelta giusta quando ho deciso di provare a raccontare con le immagini.

 

Intervista di Anna Casula e Michele Belmessieri

Corso di alta formazione per la diffusione della cultura e del patrimonio cinematografico (Rif. PA. 2019-11896/RER/01 approvata con DGR n. 1277/2019 del 29/07/2019)