Il disagio delle informazioni nella narrazione e la tradizione come origine del racconto

Una tradizione di famiglia e Accamòra, due cortometraggi in concorso a Visioni Italiane, raccontano lo stesso tema, quello della tradizione, scegliendo di adottare strade narrative opposte. Il primo, opera di Giuseppe Cardaci, ci mostra una famiglia ferita, colpita dalla perdita della madre/moglie, che deve affrontare il momento dell’anniversario per la prima volta dopo la sua scomparsa. Nella fattispecie questo evento a cui lei teneva tanto era il compleanno del marito, per cui immancabilmente preparava le polpette e radunava la famiglia per un picnic serale. Il secondo, della regista Emanuela Muzzupappa, mostra invece due fratelli che perpetuano il rito della raccolta dei fichi nella tenuta dei nonni: apparentemente come se nulla fosse, ma si intuisce che qualcosa di sotteso in realtà non va.

Con i dovuti distinguo di genere, si può fare un parallelo con quanto ci illustra Hitchcock nella famosa intervista con Truffaut (raccolta nel volume Il cinema secondo Hitchcock)  riguardo alla differenza tra suspense e sorpresa. Il Maestro del brivido fa questo esempio: nella stanza c’è una bomba. I presenti ne sono ovviamente ignari, ma il narratore sceglie di mostrarla allo spettatore, che ne viene a conoscenza. L’effetto che si crea è quello della suspense perché, qualsiasi cosa si diranno o faranno i personaggi in scena, il pubblico non potrà che pensare alla bomba e vorrebbe urlare loro per avvertirli del pericolo. Ecco la tensione.

Nella seconda situazione, invece, abbiamo sempre la bomba sotto al tavolo, ma né i personaggi in scena né il pubblico ne sono al corrente. La vita scorre normale finché a un tratto questa scoppierà in maniera del tutto inattesa, creando un effetto di sorpresa.

Nel caso di questi due cortometraggi non si tratta di film di genere, quindi il paragone non va calzato alla lettera. Effettivamente non parliamo di suspense vera e propria, ma si può ugualmente osservare come la diversa scelta di dispensare le informazioni generi effetti differenti.

Nel cortometraggio Una tradizione di famiglia il pubblico sa tutto: di conseguenza riesce a percepire palpabile la tensione tra i personaggi e nel corso della storia assiste all’evolvere di questa tensione, tra chi non vuole rinunciare a quel festeggiamento e chi vorrebbe essere da tutt’altra parte perché non vive affatto quella situazione come una festa. In Accamòra, invece, un’informazione ci viene taciuta: c’è un segreto. Lo spettatore è portato a vestire sempre il punto di vista del personaggio ignaro e quindi non può comprendere a fondo ciò che sta succedendo. Dai detti e dai silenzi si capisce che non è tutto perfetto, che non è una festa piena. C’è una vena di malinconia sottesa ma non possiamo indovinarne le ragioni e il film scorre apparentemente senza grossi accadimenti. La regista riesce a far scivolare tutto davanti alla macchina da presa con semplicità e poi… BOOM! La notizia ci investe così come investe il personaggio. La sorpresa, lo spaesamento, lo svelamento improvviso da una parte, contro la tensione che si dipana lentamente dall’altra. Ecco i due effetti diversi che i corti riescono a ottenere grazie alle differenti chiavi narrative adottate.

È da notare, infine, che, pur raggiungendo esiti opposti, entrambi i film utilizzano l’assenza della tradizione per farci capire la potenza che questa esercita su ognuno di noi. Raccontano cioè il momento in cui il suo meccanismo s’inceppa e rischia di esaurirsi per farci vivere il senso di vuoto e dispiacere che naturalmente si genera. Chi non ha mai provato queste emozioni prima o poi? Chi non ha un ricordo d’infanzia piacevole che avrebbe voluto perpetuare per sempre? Già la ripetitività è rassicurante di per sé. Se poi come esseri umani riusciamo a trovare una formula che ci fa stare bene, ecco che vorremmo reiterarla all’infinito. Questa è la tradizione: quella che ci spiega da dove veniamo per provare a capire dove andremo. Quella che ci lega a qualcuno o qualcosa per darci un senso. Quella che la religione trasforma in rito sacro pur di attingerne a piene mani. Molto più di un topos o di un archetipo; un’esigenza esistenziale. La tradizione è radicata in ciascuno di noi in maniera inconscia e primordiale. Forse, spingendoci più in là nell’astrazione, potremmo affermare che è la madre stessa del racconto: il luogo dove è nata l’esigenza della narrazione. D’altra parte sono queste le origini dei grandi Poemi Omerici, dei miti e degli altri testi antichi, che si dice derivino dalla tradizione orale. Tradizione, appunto.

di Chiara Giovagnoni

Corso di alta formazione per la diffusione della cultura e del patrimonio cinematografico (Rif. PA. 2019-11896/RER/01 approvata con DGR n. 1277/2019 del 29/07/2019)