Siamo felici, Visioni Italiane abbandona lo streaming forzato e torna in sala! Ricominciamo quindi da dove eravamo rimasti? Non esattamente.
Il primo dato è che la produzione audiovisiva italiana non è mai stata, numericamente, così abbondante. Gli attori, i tecnici, i registi sono tutti al lavoro, con carnet già impegnati per i prossimi tre, quattro anni. È il risultato della legge Franceschini, che ha immesso nel settore importanti investimenti pubblici e privati, ma è anche l’effetto delle piattaforme, che hanno moltiplicato la produzione e la richiesta di film e serie tv.
I festival di Cannes e di Venezia hanno certificato il momento di grande qualità del cinema italiano: Martone, Moretti, Sorrentino e, alle loro spalle, una schiera di autori alla loro opera seconda o terza molto convincenti, Carpignano, Di Costanzo, Frammartino, Mainetti. Ma bisogna prestare attenzione a quella che secondo me è la vera novità, la vera notizia: dietro questi autori che hanno conquistato la notorietà e una dimensione internazionale, c’è una schiera di giovani che hanno già dimostrato, con le loro opere, di meritare la più grande attenzione.
La selezione di lungometraggi che presentiamo quest’anno a Visioni Italiane, così come la selezione di I(n)soliti ignoti sono sorprendenti. Le opere di Dario Albertini, Francesco Montagner, Bonifacio Angius, il lavoro sul genere di Daniele Misischia, l’esordio nel lungometraggio di Hleb Papou venti anni fa sarebbero stati salutati come la consacrazione di autori importanti, mentre oggi rischiano di passare quasi inosservati. Ad esempio il film di Papou, Il legionario, segna un passaggio importante e inedito del cinema italiano. È un’opera matura, ben diretta e interpretata, su un tema importante, l’emergenza casa a Roma, con un punto di vista inedito, il protagonista è un celerino di colore che deve sfrattare la sua famiglia da un’abitazione occupata, e il regista è un cineasta migrante, con una doppia cultura – nato in Bielorussia, vive in Italia dal 2003. Non a caso Papou a Locarno è stato premiato come il miglior regista della sezione Cineasti del presente e a Brotherhood, di Francesco Montagner, è andato il Pardo come miglior film della stessa sezione.
Dunque va tutto bene? Sicuramente sì sotto il profilo della creatività. Sicuramente no sotto quello della circolazione delle opere, dell’attenzione verso questo giovane cinema e questi nuovi autori. Lo diciamo da anni, ma oggi il problema si è amplificato. Si producono sempre più film di qualità che, però, vengono visti sempre meno. La pandemia, con la chiusura delle sale ha ulteriormente aggravato il problema.
Per questo Visioni Italiane è oggi più importante che mai e il ruolo dei festival, in particolare di quelli che fanno vera opera di ricerca, è essenziale per restituire attenzione ai film meritevoli e riaprire il dialogo tra autori e spettatori italiani. Un dialogo vero, ricco, approfondito, non virtuale. È da qui che bisogna ripartire. Dalla voglia di riattivare la curiosità da parte del pubblico e dalla capacità delle istituzioni di dare spazio al giovane cinema.
Visioni Italiane 2021 è un bel panorama di quello che potrà essere il cinema italiano di domani. La qualità della selezione dei vari concorsi conferma la capacità degli autori di esplorare, raccontare, scoprire le tante facce del nostro paese, le sue storie, i suoi desideri, i suoi sogni e di saperli raccontare, spesso, con una lingua nuova e personale. Tra le tante suggestioni è interessate notare come la centralità produttiva di Roma nel cinema d’esordio sia ormai svanita, come gli autori provengano da tutte le regioni d’Italia, come le storie siano ambientate su tutto il territorio nazionale, anzi, anche fuori da esso, e come su ventiquattro
cortometraggi della selezione di Visioni, ben due terzi siano realizzati da autori ventenni.
Dunque il cinema italiano sembra uscire dalla crisi, nel suo complesso, più forte di prima, ma bisogna trovare strumenti che aiutino i film produttivamente più ‘piccoli’ ad emergere e a conquistare un pubblico. È una sfida importante, che non va sottovalutata, se non vogliamo ritrovarci, nel giro di pochi anni, divorati da un cinema ‘maggiore’ formattato e tutto identico.
È una grande sfida che coinvolge tutti.

Gian Luca Farinelli, direttore della Cineteca di Bologna

Un festival è una manifestazione che porta con sé l’idea della festa, della gioia, del partecipare e condividere. È quello che ci auspichiamo possa fare questa 27a edizione di Visioni Italiane dopo un anno di cinema chiusi e un’edizione online che ci auguriamo rimanga solo un ricordo. Partecipare a un festival è importante per poter incontrare gli autori dal vivo, per poter vedere i loro film in sala, e per i registi significa avere l’opportunità di confrontarsi con il pubblico: una necessità sempre più forte per il cinema italiano, a maggior ragione dopo la prolungata pandemia.
Ad affacciarsi al concorso quest’anno troviamo nuovi giovani autori, registi che in molti casi anagraficamente sono nati attorno alla data di creazione del festival, il 1994, registi tra i venti e i trent’anni che forse non hanno mai visto una vhs, che non sanno cosa sia la vita senza internet, e che sono pronti a portare uno sguardo nuovo su temi personali e di attualità.
Sono ventiquattro le opere di fiction presenti nella competizione principale, Visioni Italiane, e concorrono per aggiudicarsi premi che vogliono essere un incentivo a proseguire la propria carriera registica. Quattordici sono i documentari in concorso nella sezione Visioni Doc, film che quest’anno più che in altre edizioni si collocano su una sempre più sottile linea di confine tra realtà e fiction. I lavori presentati sembra vogliano suggerirci una riflessione sul fare documentario, su quanto sia importante scrivere un film e a volte utilizzare la materia umana e le immagini di repertorio per rappresentare in modo ancora più realistico del vero ciò che si sta raccontando. Le opere più originali e innovative tentano di uscire dagli schemi consolidati per cercare nuove strade espressive ed è quello che un po’ tutte le opere presenti nelle varie sezioni provano a fare, ricercando nel linguaggio cinematografico la duttilità idonea per far emergere le proprie storie.
Tra le sezioni collaterali, Visioni Sarde, che testimonia un certo fermento nel cinema dell’isola grazie anche alla vivacità e al sostegno della Sardegna Film Commission, che in questi anni ha permesso a tanti autori di realizzare film. Non meno importante l’Emilia-Romagna Film Commission, che da qualche anno gestisce un bando per l’attribuzione dei sostegni alle produzioni che lavorano in regione e che aiuta il cinema degli autori locali e non solo. Nell’incontro sul Cinema che verrà proporremo una sintetica panoramica di progetti che sono in fase di sviluppo e che presto potremo vedere in sala, mentre nella sezione Fare cinema a Bologna e in Emilia-Romagna mostreremo la produzione recente più significativa del nostro territorio.
Per chiudere il festival quest’anno un appuntamento imperdibile, con Trenodìa e con Mariangela e Vinicio Capossela, che ci guideranno in un singolare e coinvolgente corteo performativo, con prefiche e musicisti, suoni, lamentazioni e orazioni civili, per elaborare e uscire dal momento di crisi che abbiamo attraversato, collettivamente.

Anna Di Martino, direttrice di Visioni Italiane

 

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